Rupert Shrive (Norfolk, 1965) appena ventenne comincia a dipingere come ritrattista. Attento ai particolari dei volti, e ai dettagli cromatici fino al parossismo, in un giorno di ribellione stravolge il proprio modo di presentare la forma di ciò che crea. E cambia. Sentendosi stretto dalla morsa della precisione, quella dell’arte al servizio dello specchio, Shrive vira e si libera, una volta per tutte, del ruolo di costretto paziente. L’artista inglese, che vive tra Londra e Parigi, comincia così ad intervenire in maniera diretta, quasi brutale, sulla materia pittorica, senza però diminuire la cura per la speculazione figurativa dei soggetti ritratti.
I volti che sono appesi, e vilipesi, oggi in galleria, nella personale milanese dell’artista, fanno parte di una serie di ventitré opere che oscillano tra il noto e il non-meglio-visibile. Shrive usa come supporto pittorico una carta da pacchi color ocra, molto spessa e oleata in superficie, carta che reagisce bene all’umidità dell’acrilico, asciugandosi senza che il colore secchi eccessivamente e dunque spelli. Poi, per ultimare la presentazione, le opere, accartocciate, bistrattate come stracci, vengono distese, appiattite e infine inserite al centro di una lasca cornice monocroma.
Ad un primo impatto i volti scarmigliati di donne bellissime, lavori esposti al piano terra della galleria, danno una sensazione di già visto. Ogni quadro alla parete si comporta come un abbrutimento di una serie di immagini che, quasi da sempre, fanno parte di un sedimento collettivo, condiviso e mediatico. Eppure se si scava oltre i lineamenti fashion and glittered, al di là del trucco vistoso, lasciato con ridondanza maschile sui visi di queste dive, si arriva al varco con l’imperf
In un caso, più precisamente in Geisha II, il gioco infinito delle spiegazzature prende in giro il topos letterario dello strabismo di Venere. E in mezzo alla cornice compare una maschera demolita dalla vecchiaia, dall’urlo soprano di un’improbabile Madama Butterfly che si riga e si frantuma, come di fronte ad uno specchio rotto.
Ognuno dei ritratti esposti è una ritrazione vera e propria. Giochi di parole a parte, l’artista si diverte a condensare, ad attirare e a far precipitare negli imprevisti della materia i soggetti ritratti. Il risultato ottenuto è un’inedita commistione tra precisione figurativa e intemperie astratta. Questo effetto mette in piacevole difficoltà lo spettatore che, catturato dalle imperfezioni, come gli occhi o i denti giallastri dei soggetti, esula dalla velocità della bellezza di superficie, e quindi indaga.
ginevra bria
mostra visitata il 9 marzo 2007
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