A volte l’arte fa più notizia di una pagina di cronaca. Soprattutto quando un fatto ormai noto si accende di nuovi significati. Così accade alle opere selezionate da Fabio Castelli nella personale dedicata a Gianluigi Colin (Pordenone, 1956).
Icone talmente impresse nell’immaginario comune da poter essere rilette alla luce di un nuovo significato e restituite allo spettatore con un nuovo, potente messaggio. L’artista lavora su ciò che è universalmente noto al pubblico per fare presa sulla collettività e restituirle un’arte che è quotidiana e, soprattutto è di tutti. Il lavoro di trascrizione dell’icona procede sia da una decostruzione dell’impianto compositivo sia da una progressiva reiterazione di particolari condensati all’interno dell’immagine. Ora ritagliati come anime assenti, ora svuotati della loro solida presenza. A fissare l’atto è la fotocopiatrice a colori, ultima artefice del processo, che appiattisce le immagini sfalsate, in cui i contorni e le masse si stratificano. I colori delle riproduzioni, chimici, virati e iperbolici, ristabiliscono i rapporti interni, ora mettendo in luce un dettaglio ora oscurando parte dell’opera, ora coprendo ora svelando una figura, dichiarando il senso perso e quello acquistato dall’opera. Le immagini risultano appiattite e, alla stregua dei multipli e delle pellicole di Warhol, reclamano la necessi
L’opera si scrolla di dosso la vecchia identità per assumerne una nuova. Succede a Matisse e a Picasso, ma anche a Francesco Hayez: la giovane donna de Il bacio diventa un’ombra, una sagoma nera che abbraccia l’innamorato. Muore il soggetto e muore l’amore, denunciando l’incomunicabilità delle figure tradizionali, letteralmente “dando un taglio” al passato. Colin, che per attualizzare La Zattera di Medusa di Gericault era intervenuto sovrapponendo la fotografia di uno sbarco di immigrati albanesi, torna a far parlare l’immagine, a farla guardare, perché come afferma lui stesso “siamo sempre più sordi e più cechi”.
Prima di lasciare lo spazio espositivo, l’occhio si perde ne La Danza di Matisse, reiterata ed esplosa in multipli che catturano lo spettatore in un andamento vorticoso e lo invitano a un altro giro, a un ultimo ballo liberatorio.
silvia criara
mostra visitata il 24 aprile 2007
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