Categorie: Mostre

AAM! Voracità della parola alla galleria Gilda Lavia di Roma

di - 12 Aprile 2025

AAM! Voracità della parola esplora le potenzialità del linguaggio mettendo in luce il forte legame tra la parola, il pensiero e la percezione della realtà attraverso tre approcci differenti nell’intendere e decifrare il messaggio, le sue funzioni e le sue origini visive. L’obiettivo è mettere in dialogo tre voci differenti, facendo emergere gli aspetti cruciali propri del presente di ognuno dei tre artisti.

Pur esistendo differenze evidenti sul piano anagrafico, riguardo al contesto di provenienza e dell’indirizzo di ricerca, l’intento del percorso espositivo non è percorrere una traiettoria generazionale, piuttosto restituire tre approcci di azione e di interpretazione che partendo dal comune denominatore dell’ironia hanno intrapreso strade capaci di coinvolgere lo spettatore nell’interpretare il linguaggio, sia in maniera ludica che in modalità tali da suggerire una riflessione più profonda.

AAM! Voracità della parola, 2025. Installation view, Galleria Gilda Lavia, Roma. Ph. Giorgio Benni

La mostra in galleria si apre con un’inedita serie di opere di Lucia Marcucci (Firenze 1933), realizzate nel 2012 sulle pagine de “Il Vernacoliere”, mensile umoristico in dialetto livornese. L’artista fiorentina – tra i principali esponenti della Poesia Visiva in Italia, nota soprattutto per l’ironia vitale e provocatoria delle sue composizioni verbo-visive – offre una critica pungente ai media, amplificando l’impatto delle notizie attraverso suoi commenti o annotazioni riportati direttamente su alcune pagine del mensile. La parola, declinata attraverso il linguaggio giornalistico, quello proprio dei fumetti e quello peculiare del mondo pubblicitario, gioca un ruolo chiave in molte sue creazioni. A latere di lavori che esplorano queste tematiche, sono presenti opere accomunate da un altro aspetto rilevante legato alle ricerche di Lucia Marcucci, quello della poesia che inopinatamente appare accostato ad affiches pubblicitarie, come accade in “Panorma no” (1965).

AAM! Voracità della parola, 2025. Installation view, Galleria Gilda Lavia, Roma. Ph. Giorgio Benni

Attraverso i suoi eleganti e ironici cortocircuiti, Matteo Attruia (Sacile, PN, 1973) propone una personale interpretazione della forma scritta di termini di uso comune analizzandone il significato oltre i confini linguistici. Il processo consiste nella scomposizione della canonica formula lessicale rispetto alla sua interezza e l’isolamento di alcune parti funzionalmente al messaggio che le opere si ripropongono di trasmettere. È quello che accade in “Welcome”: illuminando solo le lettere “WE” e “ME”, l’artista sottolinea l’importanza dell’interazione tra l’individuo e il collettivo nell’atto dell’accoglienza. Attraverso un processo di sintesi e sottrazione, restituisce, poi, allo spettatore nuovi orizzonti di significati, come nell’opera “Viaggio al termine della notte (2019) ispirata al romanzo “Voyage au bout de la nuit” (1932) di Louis-Ferdinand Céline, dove l’isolamento della prima e dell’ultima frase del testo inducono a una riconsiderazione di temi come la memoria, l’immaginazione e la dimensione del tempo.

AAM! Voracità della parola, 2025. Installation view, Galleria Gilda Lavia, Roma. Ph. Giorgio Benni

In “Un popolo” viene isolata ed evidenziata solo la parte iniziale della lunga iscrizione presente nella parte frontale del Palazzo della Civiltà Italiana dell’EUR (“Un popolo di poeti di artisti di eroi di santi di pensatori di scienziati di navigatori di trasmigratori”). L’opera, realizzata in travertino, riproduce, con un effetto grafico molto efficace, le linee essenziali di uno degli edifici più iconici dell’architettura razionalista a Roma inducendo a una riflessione sull’evolversi della “storia”. Storia della quale sono protagonisti gli uomini considerati singolarmente ma anche la collettività, e che inesorabilmente evolve col trascorrere del tempo, lasciando segni tangibili di trasformazione non solo sul piano socio-politico ma anche nel patrimonio artistico-culturale che costituisce, di ogni periodo storico, un riflesso coerente e una testimonianza insostituibile. Realizzata in occasione di questa mostra, con “There is a light – opera in ferro verniciato che presenta al centro una lampadina e la cui profilatura, se colta dall’alto, ricorda quella della Fontana di Trevi di Roma – Matteo Attruia restituisce al pubblico la responsabilità e il senso del desiderio attraverso il meccanismo della partecipazione e della condivisione.

Giulio Alvigini “Cappella Alvigini”, 2025. Bronzo e dibond su legno, cm 130 x 42 x 29, courtesy l’artista e Galleria Gilda Lavia. Ph. Giorgio Benn

Giulio Alvigini (Tortona, AL, 1995), il cui lavoro è incentrato sul concetto di “opera-carriera” in una prospettiva tautologica atta ad analizzare le contraddizioni del sistema dell’arte, porta, invece, in scena alcuni aspetti del mondo della fede. L’artista propone un’originale reinterpretazione di uno spazio caratteristico degli edifici cristiani, “la cappella”, intitolata generalmente a famiglie nobiliari, un “topos” all’interno delle architetture chiesastiche di Roma a partire dalla fase medievale. La specifica qualificazione e funzione di uno spazio ricavato all’interno della galleria Gilda Lavia avviene in maniera chiara e inequivocabile attraverso un’iscrizione apposta su di una piccola struttura lignea dove lettere in ottone, con una sottostante freccia indicante la direzione verso l’entrata, recitano: “Cappella Alvigini”. Realizzati per questa mostra, tutti i suoi lavori, come “La fede senza le opere è morta” e “La Vergine Marina”, mettono in luce l’attenzione sul valore devozionale dell’arte contemporanea e dei suoi personaggi, e sulla ritualità che lega gli oggetti con le parole.

AAM! Voracità della parola, 2025. Installation view, Galleria Gilda Lavia, Roma. Ph. Giorgio Benni

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