Naoki Ishikawa, Okunoto Peninsula #036, 2015, 730x900 mm, C-print
La fotografia, ormai lo si sa, è una tecnologia che seleziona, isola e rende visibili certe forme di esperienza, privilegiandole inevitabilmente ad altre. Per questo, restituire lâimmagine di un Paese â con tutte le sue complessitĂ e stratificazioni â attraverso una selezione fotografica è sempre unâoperazione rischiosa, e per sua natura parziale: troppe le contraddizioni, le zone dâombra e le sfumature che restano inevitabilmente fuori dal campo dâazione dellâobiettivo.
La mostra Japan. Corpi, memorie, visioni â a cura di Filippo Maggia e Guido Comis â in corso presso il Magazzino delle Idee di Trieste, assume forse la posizione critica piĂš interessante proprio partendo da questa consapevolezza: invece di ambire a una rappresentazione esaustiva o identitaria del Giappone, sceglie di lavorare per frammenti e per traiettorie che mettono in crisi qualsiasi pretesa di totalitĂ .
Da qui, la scelta di esporre scatti e video di artisti appartenenti a generazioni e a punti della carriera tra loro anche molto diversi, dando cosĂŹ al visitatore la possibilitĂ di ricostruire un Paese âper frammentiâ. Le opere presentate a Trieste si dispiegano cosĂŹ attorno a tre grandi temi o macro-aree: Memoria e IdentitĂ , Corpo e Corpi, RealtĂ e Visione; che fungono da griglie concettuali per leggere un presente molteplice e in trasformazione.
La prima tra queste grandi tematiche intercetta, senza dubbio, una delle questioni centrali della fotografia giapponese fin dal secondo Novecento: lâuso dellâimmagine per ricordare e, al tempo stesso, per riflettere su come la storia sia tramandata e rappresentata. Particolarmente interessanti, qui, sono le fotografie di Tomoko Yoneda, parte della serie Japanese House, che documenta edifici costruiti a Taiwan durante il periodo dellâoccupazione giapponese, tra il 1895 e il 1945. Yoneda si concentra tanto sugli spazi domestici originali quanto sui dettagli che sono stati modificati nel tempo, lasciando emergere in modo sottile una storia ancora in parte rimossa: quella dellâespansione coloniale giapponese in Asia orientale.
PiĂš intimo è invece lâapproccio alla memoria di Yurie Nagashima. Posate, un mestolo, rose e un tortino di riso in fiamme: elementi modesti diventano i tasselli delle sue nature morte, che raccontano cosĂŹ il vissuto personale dellâartista, mettendo in scena una memoria privata fatta di oggetti ordinari e micro-narrazioni domestiche.
Parte della sezione dedicata al corpo è invece la serie di fotografie Clothed in Sunny Finery di Keijiro Kai, che documenta un lato ben lontano dallâimmaginario iper-tecnologico del Giappone contemporaneo, concentrandosi su una tradizione legata al rito, alla comunitĂ e ad antiche credenze. In particolare, Kai scatta questa serie nel contesto di alcuni festival tradizionali in cui uomini seminudi si scontrano tra di loro per vincere piccoli oggetti portafortuna. Il risultato sono composizioni di pelle e sudore, estremamente fisiche anche nella loro bidimensionalitĂ .
Infine, la sezione RealtĂ e Visione presenta opere che nascono dalla sovrapposizione tra ciò che è dato e ciò che viene immaginato, tra il mondo cosĂŹ comâè e il mondo cosĂŹ come viene filtrato e rielaborato dal nostro sguardo. Qui la fotografia smette definitivamente di funzionare come strumento di registrazione del reale per diventare dispositivo di produzione di immaginari: un campo in cui il visibile è sempre sul punto di dissolversi o di slittare altrove. Ă il caso, ad esempio, dei lavori di Daisuke Yokota, in cui le figure sembrano letteralmente evaporare davanti ai nostri occhi, come se lâimmagine non fosse piĂš in grado di trattenere il mondo ma solo di restituirne una traccia instabile e fantasmica.
Gli artisti in mostra: Asakai Yoko, Hayashi Noriko, Ishikawa Naoki, Kai Keijiro, Kawauchi Rinko, Momose Aya, Nagashima Yurie, Nomura Sakiko, Shimonishi Susumu, Sato Tokihiro, Sugimoto Hiroshi, Suzuki Risaku, Suzuki Ryoko, Tomoko Yoneda, Miyagi Futoshi, Yokota Daisuke.
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