Vista della mostra “For All That Breathes on Earth: Jung Youngsun and Collaborators”, SMAC San Marco Art Centre, Venezia, 2025. Foto: Kim Yongkwan. Per gentile cortesia di MMCA.
Nel contenitore e nel contenuto, il nuovo spazio espositivo di Venezia (SMAC San Marco Art Centre) si propone per la sua inaugurazione come un inno all’architettura, in stretto dialogo con la Biennale 2025. La struttura stessa delle Procuratie, infatti, dove il centro è situato, è stata finemente ristrutturata da David Chipperfield e il risultato è un elegante edificio in cui la storia architettonica della città si fonde con un approccio luminoso e contemporaneo. Con le sue sedici sale, le numerosissime finestre affacciate su Piazza San Marco e le pareti rivestite in marmorino bianco, è lo spazio stesso, in primis, a parlarci di come luce e materiali concreti possano essere bilanciati per esaltare la bellezza di uno spazio.
Anche le due esposizioni qui presentate, però, riflettono questo approccio. La prima di esse, Migrating Modernism. The architecture of Harry Seidler, è, come suggerisce il titolo, un omaggio all’opera del grande architetto austriaco Harry Seidler (Vienna, 1923 – Sydney, 2006). Curata da Ann Stephen e Paolo Stracchi, la mostra pone una lente d’ingrandimento sul rapporto dell’austriaco con i grandi artisti del Novecento con cui ha collaborato così come la sua vita travagliata, profondamente segnata dalla fuga dalla Vienna Nazista a soli quindici anni. Questi influssi sociali si calcificano nel pensiero architettonico di Seidler e, come sottolinea Stracchi, la sua architettura diventa «un riflesso delle più ampie condizioni culturali, storiche e architettoniche del suo tempo».
Se Seidler rappresenta una memoria che si sedimenta nel cemento armato, For All That Breathes On Earth: Jung Joungsun and Collaborators — mostra dedicata all’opera della paesaggista coreana Jung Youngsun e curata da Jihoi Lee — propone un’architettura che respira, che si consuma e si rigenera come un organismo vivente.
Jung, nata nel 1941 e pioniera della rigenerazione urbana in Corea, lavora con l’ecologia come se fosse un materiale architettonico. I suoi progetti — zone umide autorigeneranti, parchi depuranti, giardini terapeutici — mettono in crisi l’idea dell’architettura come forma stabile: qui, tutto è permeabile, interconnesso, fragile ma vitale; tutto questo ancor prima che ciò diventasse una pratica standardizzata. Questi pilastri della sua ricerca vengono indagate in mostra attraverso studi, plastici, fotografie, splendidi acquerelli e, anche, dall’allestimento stesso, pensato per essere arioso e poco invasivo come le sue architetture.
Come racconta la stessa Jung Youngsun: «L’architettura del paesaggio può essere una poesia scritta sulla terra e può risuonare profondamente. Così come la vista di un arcobaleno nel cielo ci fa battere il cuore, spero che i giardini che curiamo, accarezziamo e nutriamo siano una fonte di ispirazione e un momento di guarigione e recupero per tutti».
Lo spazio espositivo stesso si fa dunque cassa di risonanza per questa dialettica: da una parte la monumentalità riflessiva di un’architettura dell’esilio, dall’altra la delicatezza processuale di un’architettura della cura. E, in entrambi i casi, ciò che emerge è che costruire non è mai soltanto erigere delle forme: è sempre, in modo più o meno esplicito, un gesto culturale.
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