Till Megerle Kita, 2025 Ink pen, colored pencil on paper, artist‘s frame 42 x 52,8cm
Nella sua copia del libro di Gilles Deleuze e Félix Guattari su Kafka, W. G. Sebald aveva sottolineato a pennarello il capitolo sull’uso minoritario della lingua tedesca da parte dello scrittore. Quella lingua povera, sintatticamente impropria, piena di pronomi riflessivi usati male e di consonanti dal suono metallico che Deleuze e Guattari chiamano “intensificatori” o “tensori”: elementi che spingono il linguaggio oltre i propri confini semantici. È da qui che parte il testo critico di Sophia Roxane Rohwetter per Mikropolitik, la personale di Till Megerle visitabile fino all’8 maggio 2026 alla Galleria Acappella di Napoli. Nei disegni e dipinti di Megerle, i corpi fanno esattamente quello che fa la “lingua” di Kafka: si caricano di tensione fino a superarsi. Posture contorte, arti compressi o distorti, fino ad apparire quasi ancora in movimento, tensioni corporee sospese nel momento esatto in cui cedono. Bocche spalancate da cui sembrano emergere sonorità asemantiche, o qualcosa che va oltre.
Megerle è nato in Germania ma vive e lavora da tempo in Austria ed è profondamente radicato nella scena artistica viennese, carica di rimandi tra moderno e contemporaneo. Il lavoro di Megerle parte dalla fine art nella sua accezione più letterale: pennino, matita, inchiostro, biro. Una tecnica quasi da puntinismo, che costruisce le figure attraverso l’accumulo paziente di segni minimi.
In questa mostra, però, emerge con forza anche il colore. Beato (2026), una delle opere più recenti, è realizzata a gouache e matita colorata su carta: un campo cromatico denso, quasi fauve, in cui le figure abitano un paesaggio di giallo, blu e verde acceso. Il titolo è un omaggio esplicito ma non casuale al Beato Angelico.
Le suggestioni legate al titolo della mostra, Mikropolitik, sono aperte: se la macropolitica è quella dei grandi sistemi, delle strutture di potere visibili, la micropolitica è il contrario. I piccoli gesti individuali, le relazioni minime, i momenti quotidiani che sembrano irrilevanti e che invece contribuiscono ad alimentare il macro. Un rimando che si ritrova in Friday (2021). Realizzata a inchiostro e matita su cartone, ritrae una scena di venerdì sera tra giovani: figure con capelli che rimandano vagamente all’iconografia medievale, un caschetto antico che convive con la cultura rap e la gestualità contemporanea.
GIMME YR PHONE (2023), con il suo titolo prelevato dal lessico digitale giovanile, mette in scena una tensione fisica tra figure. Un’azione che potrebbe essere violenza, gioco o entrambe le cose. Kita (2025) — abbreviazione tedesca di Kindertagesstätte, l’asilo nido — porta la scena nell’infanzia: colori giocosi, quasi fluo, ma anche una sensazione di distruzione sottile, di qualcosa che non torna, di oscurità appena sotto la superficie dolce, attraverso l’espressione di piccoli corpi in qualche modo fuori misura.
Untitled (Mikropolitik) (2026) è invece a matita su carta: un disegno lineare, quasi uno schizzo, in cui si intravede una scena di tensione, una figura che sembra un gendarme, un’altra che sembra sfuggire, una terza già caduta. Ma il senso cambia a seconda del punto di vista: avvicinarsi o allontanarsi modifica radicalmente ciò che si vede, chi ha potere e chi no, chi agisce e chi subisce.
Le cornici, nel lavoro di Megerle, non sono accessori ma elementi caratterizzanti e parte integrante dell’opera. Realizzate dall’artista stesso, hanno forme studiate per interagire con l’immagine, per creare variazioni di luce che modificano la percezione del dipinto. Una soglia, un confine mobile tra l’opera e lo spazio che la circonda, coerentemente con una ricerca in cui i margini – del corpo, della rappresentazione, del linguaggio – rappresentano richiami ricorrenti.
Megerle porta avanti anche una carriera musicale parallela: fa parte del progetto Guiding Light, con sede a Vienna, focalizzato sulla narrativa visiva e sonora ibrida, con performance che si muovono tra lo spoken word e il rap. Quello che Megerle fa anche con la matita: portare un’unità minima – un gesto, una parola, una figura – fino al punto in cui cessa di essere solo rappresentazione e diventa qualcos’altro.
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