Voyage in Inexistant Land, Firouz FarmanFarmaian, Venice 2025, photo by Giorgio Schirato
«L’artista è un nomade» scrive Achille Bonito Oliva e, per lui, questo nomadismo non è solo fisico, letterale, ma anche ha a che fare con gli attraversamenti immaginari e immaginifici. L’artista nomade, perciò, sperimenta con diversi linguaggi, stili e tradizioni senza mai cristallizzarsi in un’identità rigida.
Da questo punto di vista, Firouz FarmanFarmaian rappresenta il perfetto artista nomade. Nato a Teheran nel 1973, viene esiliato ancora bambino in seguito alla Rivoluzione iraniana del 1979, entrando così a far parte della grande diaspora post-rivoluzionaria. Sebbene si sia infine stabilito in Europa, FarmanFarmaian si considera significativamente “senza Stato”. In quanto discendente della dinastia Qajar — un tempo una tribù turca nomade che governava l’Iran — porta con sé una memoria culturale del nomadismo tribale e si autodefinisce un nomade moderno. Questa condizione, così profondamente sentita, infonde tutta la sua produzione, che spazia tra pittura, produzione tessile, film, musica e design.
Ed è proprio la condizione nomade, in tutte le sue accezioni, guida anche la sua mostra personale VOYAGE IN INEXISTANT LAND, visitabile fino al prossimo 30 settembre nello storico Palazzo Dandolo di Venezia. Il titolo si rifa in particolare ad una citazione del film Casanova di Fellini: un personaggio che, nonostante i lunghi viaggi, non riesce mai veramente ad uscire dalla propria testa e a viaggiare in “territori inesistenti”.
Questi non-luoghi, per dirla con l’antropologo francese Marc Augé, sono proprio gli spazi in cui FarmanFarmaian vuole trasportarci con la sua installazione: un ampio tessuto sui cui l’artista dipinge in maniera astratta. Quasi un velo che il pubblico può attraversare e con il quale può interagire, il lavoro ci trasporta in un paesaggio mistico e mitologico, dove le favole del passato si fondono con l’architettura storica di Venezia. Laddove il protagonista di Fellini conclude i suoi giorni estraniato e nel rimpianto della giovinezza perduta, FarmanFarmaian affronta invece la condizione nomade come una fonte di possibilità narrativa.
In questo spazio, dunque, il viaggio trascende il vuoto inseguimento di mete fisiche e diventa invece un percorso attraverso strati di significato, che invita gli spettatori a viaggiare non solo verso Venezia, concretamente, ma anche mentalmente in un territorio amalgamato di cultura e immaginazione. Laddove lo scetticismo di Fellini suggerisce che le avventure di Casanova conducano in definitiva al nulla, l’odissea dell’artista sembra invece proporre una diversa conclusione: il viaggio conduce a un altrove narrativo, in cui l’identità stessa diventa nomade, plurale, in continuo attraversamento.
Durante l’inaugurazione, una performance artistica e musicale del collettivo post-rock FORRM ha intensificato ancor più questo senso di straniamento, dando vita ad un’ambiente in cui fumo profumato, il velo dipinto di FarmanFarmaian, musica e voce si fondono in un’unica, sospesa dimensione.
In conclusione, FarmanFarmaian sembra utilizzare l’arte per riscrivere la sua storia, per rileggere la tragedia dell’esilio e dello sradicamento come una condizione che può portare a una nuova identità: libera e dilatata.
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