L’arte contemporanea può essere oramai considerata un linguaggio universale. Si tratta di forme e concetti che travalicano i confini di ogni nazionalità e si rendono disponibili alla comprensione grazie all’uso dei cinque sensi.
In questo caso, in occasione della 60° Esposizione Internazionale d’Arte, la fondazione Wilmotte di Venezia presenta le opere di Lee Bae, artista di origini coreane, impegnato nella conversione delle antiche tradizioni di Cheongdo in segni e sculture.
Il racconto inizia con un rituale: la Casa della Luna Bruciante, altrimenti detto daljip taeugi. Qui, gli abitanti di Cheongdo (cittadina situata nel sud-est della campagna coreana), ogni primo plenilunio dell’anno bruciano i propri auspici per il futuro in una sorta di igloo fatta di legno e rami di pino. Le ceneri degli auspici, scritti su una specifica tipologia di carta chiamata hanji, al mattino vengono raccolte e conservate dalle famiglie come portafortuna. E qui entra in gioco la ricerca di Lee Bae, focalizzata da tempo sul potenziale espressivo del carbone come medium.
Guardare la mostra senza essere in possesso di queste informazioni è rischioso; l’ambiente principale si presenta scarno, luminosissimo, intervallato da magri segni neri e una scultura megalitica. Tutto assume un senso preciso nell’istante in cui ci si accorge che le decine e decine di metri quadri dello spazio, compreso il pavimento, sono foderate di carta Fabriano, e che le opere esposte non sono altro che la fuliggine di Cheongdo, modellata e ricomposta per render partecipi gli ospiti di un flusso energetico sino ad ora sconosciuto.
Addirittura si evince dal testo critico (a cura di Valentina Buzzi), che sotto alla nostra italica carta ci sono ben due strati di hanji, la stessa usata per la stesura degli auspici. Ci si trova quindi ad essere al tempo stesso preghiere e testimoni di quel fuoco che le fa avverare, di cui non restano che la cenere e il nerofumo che anche noi, europei, abbiamo utilizzato per secoli come primo inchiostro delle nostre cronache.
L’accoglienza allo spazio di preghiera, che possiamo definire macro auspicio, è costituita da un lungo corridoio nero, la cui parete di sinistra ospita l’opera multimediale “Burning” (2024). I gesti controllati dell’artista accompagnano il visitatore passo dopo passo, sullo sfondo fiamme e cenere, nelle orecchie “Sailing through fire” (2024) del compositore Tod Machover.
Questo canale longilineo funge da metafora di iniziazione: il buio, i suoni forti intervallati dal crepitio della fiamma, la lentezza delle immagini; tutto concorre a stabilire un tempo dilatato nel quale dedicarsi alla ricezione.
L’allestimento contrapposto dei due spazi (intesi come nero e bianco, suono e silenzio), presso Fondazione Wilmotte, costituisce la rappresentazione in scala della poetica dell’artista: una riflessione sui dualismi massimi. Per il grigio e i sussurri non c’è spazio; della realtà, dissezionata e ispezionata al dettaglio, non resta che un campo di battaglia in cui assistere allo scontro tra opposti. E se si vuole credere all’anima, come difficilmente forse accade nel Gyeongsang Settentrionale, si potrebbe immaginare che anche questa porti le tracce della guerra. In questo caso l’auspicio, ciò che muove dal nero al bianco, potrebbe essere considerato l’ultima particella del dialogo tra i poli.
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