Le opere di Banksy in Italia non sono tantissime, anzi, solo due, a Napoli e a Venezia, senza contare quella trafugata dal Bataclan di Parigi e ritrovata recentemente in un casale nelle campagne abruzzesi. Molto più fitto è l’elenco delle mostre. A Palazzo dei Diamanti di Ferrara, ha aperto da diverse settimane “Un artista chiamato Banksy”, mentre dopo l’estate, dall’8 settembre 2020 all’11 aprile 2021, al Chiostro del Bramante di Roma, aprirà “Banksy A Visual Protest”, già annunciata per la primavera 2020 ma posticipata per l’emergenza Covid-19.
Promossa in collaborazione con 24 ORE Cultura e ideata da Madeinart, l’esposizione romana segue quella già organizzata al MUDEC di Milano nel 2019, che finì nel mirino della Pest Control Office Limited, la società che tutela il marchio di Banksy regolarmente registrato, per violazione del copyright e vendita non autorizzata di merchandising. Ma questa volta dovrebbe filare tutto liscio, anche se con Banksy e la Pest Control non si sa mai.
In mostra più di 90 opere, tutte provenienti da collezioni private e su un arco temporale che va dal 2001 al 2017, tra pezzi iconici come Da Love is in the Air, Girl with Balloon, Queen Vic, Napalm, Toxic Mary, HMV, e progetti paralleli, come le stampe realizzate per la mostra “Barely Legal” e le copertine di vinili e cd. Insomma, un percorso completo, comprensivo di tutte quelle immagini che abbiamo visto rimbalzare sulle pagine dei social network e che hanno reso celebre l’anonimo street artist britannico.
Inoltre, in occasione del Cinquecentenario dalla morte di Raffaello, il Dipartimento educativo del Chiostro del Bramante dedicherà uno speciale progetto educativo per mettere in dialogo gli affreschi dell’urbinate e i lavori di Banksy. Nella chiesa di Santa Maria della Pace, che fa parte del complesso del Chiostro, infatti, Raffaello realizzò, intorno al 1515, un ciclo con Sibille e Angeli, su commissione del banchiere senese Agostino Chigi, per il quale il Maestro realizzò anche l’architettura della cappella di famiglia. L’affresco è stato appena restaurato ed è visibile, con una prospettiva insolita, al primo piano, da una grande finestra nella Sala delle Sibille.
«Non certo un confronto tra i virtuosismi delle opere del maestro urbinate e la tecnica dello stencil usata dall’artista “sconosciuto”, ma un dialogo sulla potenza evocativa delle loro immagini. Un linguaggio innovativo che li ha resi protagonisti e rivoluzionari nel loro tempo, una grammatica del disegno che rende le immagini icone, in grado di veicolare messaggi, stati d’animo, emozioni», spiegano dal Chiostro.
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