Con la promozione del Polo Museale Sapienza di Roma, sotto la direzione di Claudia Carlucci, alcuni spazi della città universitaria ospitano un percorso sull’opera di Bruno Lisi, per la prima volta raccolta nel suo insieme. Con la curatela di Camilla Boemio, Francesca Gallo e Irene Ranzato, dipinti e sculture si dividono tra il MLAC e il Museo d’Arte Classica. Così, grazie alla contaminazione tra antico e contemporaneo, prende voce un nuovo e interessante dialogo. Segnando la collaborazione scientifica tra il Dipartimento di Storia Antropologia Religioni Arte e Spettacolo e il Dipartimento di Studi Europei Americani e Interculturali, la mostra è accompagnata da un catalogo con testi di Camilla Boemio, Patrizia Ferri, Francesca Gallo, Francesco Moschini, Marcello Venturoli, Marisa Volpi.
Al MLAC è riunita una serie di opere dell’artista romano che narra tutto il suo percorso creativo, dal primissimo olio su tela del ’58 agli ultimi lavori del 2011-2012. Prediligendo il linguaggio pittorico, Bruno Lisi rimane legato al figurativo durante i primi anni della sua produzione artistica. Infatti, aprono l’esposizione linee curve e dritte, forme ovali e sagome che ricordano la morfologia cellulare, richiamata anche dagli stessi titoli scelti per opere come Virus II o Metamorfosi virus del 1972. Questi lavori precedono i dipinti dai toni più vivaci che ritraggono i dettagli del corpo femminile: quando schizzato a matita su carta, quando sezionato nei particolari ingranditi delle bocche e degli occhi, con uno zoom dai colori squillanti.
Quei contorni che racchiudono dei pieni si trasformano in linee uniche nello spazio delle opere successive, cambiano forma e colore e diventano segni. «Dagli anni Ottanta, senza abbandonare il lavoro pittorico, Lisi si allontana progressivamente dalla figurazione: dai monocromi blu, in cui permane un’eco ancora naturalistica, alle variazioni sul segno lineare, lungo un percorso che, come scrive Marisa Volpi nell’intervista del 1984, è sinonimo di libertà e azzeramento.». Così spiega la storica dell’arte e curatrice Francesca Gallo. In questo modo, il segno lineare di Bruno Lisi dalla comparsa sulla tela arriva a fuoriuscirne, diventa Segno aperto (2005) e Tensioni (2004). Quel segno, che tanto caratterizza specialmente le ultime opere dell’artista, muta da acrilico su tela a fili di metallo immersi in parallelepipedi di metacrilato. Un segno che si risolve nell’unione con i fili dei capelli delle donne, nei collages e china su carta del 2011-2012.
L’esposizione prosegue tra le mura del Museo d’Arte Classica: una gipsoteca che raccoglie i gessi di sculture greche dal periodo arcaico all’ellenismo. In questo luogo intriso dalla memoria di un’antica ricerca del bello si inseriscono i segni contemporanei di Bruno Lisi. Tele mai esposte prima d’ora tramite cui prende forma il reiterato studio sul segno dell’artista trovano spazio sul pavimento e sospese in aria. Un allestimento che riprende “Segno aperto”, mostra realizzata nel 2003 da Lisi nello Studio d’arte contemporanea Pino Casagrande.
A concludere il percorso, sei grandi sculture in metacrilato composte di lastre colorate sovrapposte le cui forme richiamano i gessi circostanti. Movimenti sui toni del verde, del blu e del viola che fanno da specchio al bianco puro della statuaria classica. Quel bianco che, come raccontava in un colloquio con Marisa Volpi, Bruno Lisi voleva «distruggere e ottenerne un altro che ne contenesse l’eco e che rimandasse a un’ambiguità di lettura in tutti i sensi».
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