Veduta della mostra MAN RAY. Cœur à barbe, a cura di Giorgia Aprosio. Dal 20 al 30 aprile 2026, Spazio Morgagni, Milano. Opere di Galleria Giò Marconi. Courtesy Spazio Morgagni. Foto: Francesca Rossi
Fino al 30 aprile, lo storico locale di Gino il Barbiere (oggi Spazio Morgagni) ospita un singolare omaggio a Man Ray. Si sa, nella lunga luna di miele tra art e design week, per due settimane Milano si trasforma in un carosello colorato di maxi-fiere, opening e party. Ma, nel frenetico brusio degli allestimenti, c’è chi decide di abbandonare la retorica del more is more e seguire una ricerca più familiare e raccolta, invitando lo spettatore a un rapporto più che ravvicinato con l’opera d’arte. Così prende vita Coeur a Barbe, il progetto pop up inaugurato da Spazio Morgagni a cura di Giorgia Aprosio, tra rasoi, pettini e forbici del vecchio Gino; e con le opere della Galleria Giò Marconi, tra multipli, litografie, fotografie, film e libri d’artista del genio eclettico Man Ray, tutti in dialogo con un ex barbiere milanese. Fermo nel tempo.
Il titolo riprende Le Cœur à barbe (1923), la rivista ideata da Tristan Tzara, nella primavera parigina delle avanguardie storiche; la stessa rivista che il 6 luglio 1923 organizzava la celebre serata al Théâtre Michel, ricordata come uno dei momenti decisivi della rottura tra Dada e i surrealisti di André Breton. Così, a fare capolino dalla vetrina di Gino, spunta l’iconico Autoportrait avec moitié barbe, una tiratura del ‘75, della fotografia in cui Man Ray si ritrae con la barba fatta solo per metà. È da questa foto che nasce tutto, conferma la curatrice Giorgia Aprosio: «Questa mostra nasce in prima battuta da una coincidenza troppo “dada” per essere ignorata», rivela a exibart. «Spazio Morgagni è un ex barbiere, e l’immagine che mi viene in mente se chiudo gli occhi e penso a Man Ray è il suo autoritratto con mezza barba. In seconda battuta, nasce da un incontro. Lavorare su Cœur à barbe ha significato mettere in dialogo un’icona senza tempo – un artista che attraversa il Dada e il Surrealismo senza sentire il bisogno di appartenervi del tutto – e un luogo, un ex barbiere degli anni Sessanta, che porta in sé una storia propria, locale, ben connotata. Lo spazio e l’artista si sono rivelati, nel processo, molto più affini di quanto si potesse immaginare».
All’interno, a fare da cerniera è anche Le Retour à la raison (1923), il cortometraggio dadaista realizzato da Man Ray senza cinepresa, attraverso la tecnica della rayografia, e concepito su invito di Tzara proprio per la serata di Le Cœur à barbe. Il film introduce una costellazione di opere che insistono sul tema della figura femminile: troviamo due fotografie della serie Mode au Congo (1937–1980) e i volumi Models e Alphabet for Adults, consultabili su richiesta. Proprio il tipo di immagini in cui, fino a qualche tempo fa, era possibile imbattersi varcando la soglia di qualsiasi barbiere vecchio stile. Senza nulla togliere a Man Ray naturalmente. Altri highlight dalla mostra includono Cadeau (1921), in una edizione del 1974 autorizzata dall’artista, e le grafiche filo – surrealiste L’incompris (litografia a colori, 1962), Nuit de Saint-Jean de Luz (litografia a colori, 1968) e La Fortune II (litografia a colori, 1973).
È proprio il caso di dire che, adattando Rossini, per un barbiere vita più nobile, e miglior cuccagna, non si ri-dà. Fondato nel 2024, Spazio Morgagni – l’ex Gino Barbiere appunto – nasce dalla volontà di far rivivere lo storico locale, rendendolo uno spazio artistico, quasi domestico, lontano da una dimensione meramente commerciale. «A muovere l’iniziativa di Spazio Morgagni c’è innanzitutto un’idea: che l’arte sia qualcosa che vale la pena vivere e condividere, e che non debba appartenere soltanto a pochi», racconta a exibart il fondatore William Purita. «Cerchiamo di adottare un approccio democratico, offrendo un’esperienza capace di parlare a pubblici diversi e di dare la possibilità di avvicinarsi a questo mondo – e di lasciarsene affascinare – anche a chi forse non avrebbe mai immaginato di poterne fare parte. Questo significa proporre qualità senza barriere d’accesso, pur lasciando spazio anche a proposte più ambiziose». E conclude: «Tutto questo è possibile soprattutto grazie alla ricerca d’archivio, alla riscoperta di narrazioni a lungo rimaste marginali e a punti di vista inediti su quelle maggiori. Il tutto sostenuto da costi di gestione contenuti e da una programmazione fatta di pochi progetti, ma curati con grande attenzione».
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