Holly Herndon & Mat Dryhurst, 2025; photo: Frank Sperling
Nel suo libro Le macchine sapienti. Intelligenze artificiali e decisioni umane, Paolo Benanti descrive l’intelligenza artificiale come una nuova forma di divinità contemporanea. La società dell’informazione, fondata sui dati, sarebbe infatti religiosa nella sua struttura profonda: un sistema di credenze, rituali e narrazioni che Benanti definisce “dataismo”. Come le divinità del passato venivano legittimate attraverso miti e pratiche condivise, così oggi l’autorità del reale è sostenuta da entità opache e monumentali — Big Data e algoritmi — la cui legittimità raramente viene messa in discussione. In questo contesto, l’IA emerge come l’unica istanza capace di interpretare questa massa informe di informazioni, di leggere pattern invisibili, di produrre senso là dove l’umano si arresta.
È a partire da questa continuità tra religione e tecnologia che si struttura Starmirror, il progetto di Holly Herndon e Mat Dryhurst al KW Institute for Contemporary Art di Berlino. Più che immaginare futuri distopici o utopici a partire dall’IA, la mostra opera una rilettura del presente: se le cosmologie religiose storiche ordinavano il mondo attraverso gerarchie invisibili, rituali collettivi e atti di fede, l’intelligenza artificiale fa oggi qualcosa di analogo, regolando il reale tramite stack di protocolli tecnici accettati come inevitabili.
Ad aprire questo percorso è Arboretum, un ampio lavoro scultoreo composto da elementi modulari che, nel loro insieme, restituiscono l’impressione di attraversare una foresta artificiale. Le strutture verticali, attraversate dalla luce colorata che filtra lateralmente e a intermittenza dall’esterno, costruiscono uno spazio sospeso, quasi liturgico. L’effetto è quello di una cattedrale laica: un’architettura che invita a percepire il funzionamento interno di un sistema più grande, fatto di relazioni, stratificazioni e gerarchie invisibili.
Arboretum ruota attorno a Public Diffusion, un modello di generazione di immagini addestrato esclusivamente su dati di pubblico dominio. Più che sugli output visivi, il progetto insiste sull’infrastruttura che li rende possibili, spostando l’attenzione dall’immagine al suo archivio, dalla superficie alla genealogia istituzionale. Chi costruisce i modelli? Su quali archivi si fondano? E soprattutto: quale idea di “pubblico” viene incorporata nei sistemi che oggi organizzano la visibilità e la produzione di senso? In questo passaggio, l’IA smette di apparire come una tecnologia neutrale e si rivela come dispositivo culturale e politico, inscritto in precise condizioni storiche.
L’esperienza culmina nella grande installazione sonora che occupa la hall del KW, realizzata in collaborazione con lo studio di architettura sub. Lo spazio si configura come una vera e propria architettura rituale: una struttura in legno che richiama la forma del coro, riletta in chiave contemporanea, e imperniata su un’ampia scala centrale che funge da cuore pulsante dello spazio. Il riferimento è duplice: da un lato l’iconografia sacra delle scale celesti, dall’altro la struttura stratificata dei modelli computazionali, i loro livelli, i loro passaggi intermedi.
Al centro del progetto si trova una raccolta di suoni corali generati a partire da Ordo Virtutum (1151) di Ildegarda di Bingen, dramma morale in cui l’anima è chiamata a scegliere tra bene e male. Figura mistica e visionaria, Ildegarda diventa qui una chiave concettuale decisiva: se nel Medioevo canalizzava il divino per proporre un’armonia tra umano e cosmo, Herndon e Dryhurst leggono nei protocolli dell’intelligenza artificiale una nuova gerarchia celeste, secolare e computazionale, che struttura silenziosamente il nostro presente.
In alcune date specifiche, poi, la sala del KW si trasforma in uno studio di registrazione aperto: cori, musicisti e visitatori partecipano a sessioni di call-and-response, contribuendo con le proprie voci all’addestramento di un dataset corale pubblico. Queste registrazioni daranno vita a un coro di intelligenza artificiale che debutterà nella seconda tappa del progetto alla Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen di Düsseldorf.
L’opera, quindi, non è mai completamente presente: è sempre in divenire, distribuita nel tempo e nello spazio, come una religione senza dogma definitivo.
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