Exhibition view, Sprofonda Ovunque, Jacopo Zambello at 10 & zero uno, ph: Filippo Molena
Immagina di sprofondare senza appoggi, di vedere il corpo fondersi con il letto e i tessuti, mentre la luce sottrae anziché restituire. La comodità si incrina, non coincidendo più con l’idea di rifugio, e tutto ciò che possiedi può sparire, venduto, trasferito, smaterializzato. A cura di Niccolò Giacomazzi, la mostra Sprofonda ovunque, personale di Jacopo Zambello alla 10 & zero uno di Venezia, racconta l’esperienza di un corpo in transizione, di uno spazio che respira, un vuoto pieno che parla di alterità e fragilità.
La galleria si trasforma in quest’occasione in un interno domestico che è insieme terreno e soglia. Tappeti, poltrone, lampade e cassetti diventano protagonisti di una narrazione in cui il corpo è sospeso, costretto a misurare la propria presenza senza poterla dominare. Le figure maschili dei dipinti attraversano lo spazio, lo piegano, vi si adagiano, sprofondano, si confondono con le texture ricche dei tessuti e dei pavimenti. La morbidezza della pelle contrasta con la matericità invadente degli oggetti, generando un conflitto costante tra accoglienza e resistenza. La luce, sempre dosata, dissolve i contorni trasformando il corpo nell’eco dello spazio che lo contiene.
Il gesto più radicale della mostra avviene fuori dall’ordinario. Tutto ciò che abita l’ambiente — mobili, vestiti, dischi, libri, dipinti — è messo in vendita su Vinted, pronto a migrare nelle case degli spettatori come frammento vivo della narrazione. Non si tratta di merchandising; ogni oggetto porta un biglietto che ne rivela l’origine, svelando che la quotidianità di una vita diventa arte e che il passaggio fonde spettacolo e memoria. L’atto di disfarsi non si configura in questo caso come consumo, ma è un’estensione poetica del concetto di sprofondamento. Il corpo abbandona, lo spazio si svuota, la percezione si libera dalla routine e il gesto di vendere diventa risonanza della fragilità emotiva e psicologica del protagonista.
Il titolo Sprofonda ovunque riverbera anche di riferimenti teorici più ampi. Il pensiero di Byung-Chul Han sull’inferno dell’uguale attraversa infatti la mostra, suggerendo quanto la contemporaneità ci spinga a relazionarci solo con ciò che possiamo comprendere, evitando l’alterità poiché destabilizzante. Eppure è proprio questo sconosciuto, il fuori posto, a definirci. Nei lavori di Zambello lo sprofondamento non è un cedimento, è un esercizio di consapevolezza in cui si impara a stare in equilibrio sul confine tra presenza e assenza, tra il corpo e l’ambiente, tra sé e l’altro.
Ogni elemento dell’allestimento risuona con questa tensione traducendola in materia concreta. I cassetti sono ricolmi di mutande, calzini, farmaci; sulle superfici poggiano libri realmente letti, dischi veramente ascoltati. Le lenzuola dipinte nei quadri diventano lenzuola reali e i tappeti si fanno memoria tattile. La quotidianità entra così nel racconto come presenza viva, rendendo lo spettatore partecipe mentre cammina tra oggetti e corpi sospesi. L’esperienza si fa immersiva, intensa, fragile. Non ci si limita a guardare ma ci si lascia attraversare, e ogni gesto, dettaglio, trama contribuisce a restituire l’opacità della percezione che la mostra esplora.
Fondamentale è la sinergia tra artista, curatore e gallerista. Ogni scelta, dall’illuminazione al posizionamento degli oggetti fino alla selezione dei vinili o dei libri, è calibrata per trasmettere un senso di vita vissuta, di intimità condivisa, di transizione che non ammette artifici. La piattaforma digitale proietta, espande e moltiplica questa esperienza, plasmando la mostra in un organismo che respira oltre la galleria, verso l’esterno, verso altre case, altri corpi, altri sguardi.
Sprofonda ovunque invita a vivere una storia lasciando il controllo alla soglia dell’ingresso, per abbandonarsi all’incertezza mentre la propria percezione vacilla in quell’intervallo instabile in cui il corpo diventa misura, filtro e soggetto stesso della visione. La mostra è un vuoto pieno, una quiete sospesa, un gioco delicato tra presenza e assenza, un richiamo a esplorare l’intimità e l’alterità come luoghi vivi, dinamici, poetici. Entrando ci si lascia sprofondare ed è forse lì, in quell’abbandono, che incontriamo ciò che siamo.
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