Daniele Sigalot, Flags of No Nation (2025), ricamo su raso (dettaglio). Anna Laudel Gallery, Istanbul
Istanbul chiama Daniele Sigalot (Roma, 1976), per la sua nuova personale a cura di Mina Pembe Malaz alla Galleria Anna Laudel. Il titolo della mostra, And Now For Something Completely Different, rappresenta un omaggio all’iconico gruppo comico Monty Python e all’omonimo film del 1971. Tale frase, che negli sketch della commedia diveniva segnale ricorrente per passare da una scena all’altra senza alcun nesso apparente, qui si fa espediente per introdurre l’approccio artistico di Sigalot.
L’esposizione, visitabile fino al 9 novembre 2025, presenta tre nuove serie che, realizzate dall’artista nato a Roma nel 1976 con materiali industriali e dipanate su tre piani, elaborano altrettante “dispute” filosofiche e antropologiche. La prima, Still Life, si sofferma sulla tensione tra natura e artificialità, attraverso uno sguardo biografico che affonda le radici in una memoria interiore. Foglie in metallo, sovrapposte o in successione, assumono le sembianze di quadri e installazioni multiformi. Esse si fanno emblemi del tempo, attraverso quelle stagioni che si sono susseguite dalle finestre degli studi dell’artista, in otto città differenti.
Al piano superiore della galleria troviamo Flags of No Nation, un’opera in raso che riflette sul tema della nazionalità, ponendo l’accento sulle tensioni sociali dei nostri tempi. Il lavoro analizza l’identità di un popolo partendo dalla sua bandiera e impone un’uguaglianza, sottraendone storia e simboli e sostituendoli con slogan quali: “Our God is stronger than yours”, oppure, “Our country is better than yours”. È un mimare il tono della rivalità infantile, attraverso un linguaggio famigliare e tagliente, dove il sacro lascia spazio al sarcasmo, dove la cecità dell’appartenenza cede il posto a nuovi confini ideologici.
Nella stessa sala, il percorso prosegue con il dialogo tra la scritta rossa al neon We are still playing while we sink, not a tear, not a blink e la serie fotografica SUPERFICIAL che ha come elemento dominante un fumogeno colorato, emerso dal mare. Entrambe le produzioni sono accomunate da un’estetica che si riferisce all’acqua, emblema dell’ignoto e incentivo al cambiamento, oltre che un richiamo d’allarme sulla condizione degli esseri umani.
Infine, The Ping Pong Paradox, un campo da ping-pong che racchiude la metaforica partita tra estro e logica, in un equilibrio sempiterno. «L’installazione è un racconto per mixed media della supposta divisione del cervello tra lato razionale e creativo, e l’impossibilità di uno dei due emisferi di prevalere in maniera assoluta sull’altro», ci ha raccontato l’artista. Metà del campo è un labirinto bianco e nero, binario e geometrico, a delineare il concetto di razionalità. L’altra metà consiste in un flusso colorato e caotico, psichedelico e vibrante, a suggerire l’idea di creatività.
In questi termini ritorna anche il senso dell’inclusività sempre presente nella ricerca di Sigalot che, come nel caso dell’iniziativa della Coppa Pizzeria, coinvolge “l’eventualità” del pubblico che partecipa all’opera e al gioco. Come nella scena finale di Blow-Up di Michelangelo Antonioni, si svela un ingrandimento sul momento dello scambio tennistico disputato tra l’immaginazione e la realtà, sulla linea invisibile che le separa, unendole indissolubilmente.
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