Davide Mancini Zanchi, Stupidità naturale, 2025. Olio su tela, 20x30cm
«Si dovrebbe, almeno ogni giorno, ascoltare qualche canzone, leggere una bella poesia, vedere un bel quadro, e, se possibile, dire qualche parola ragionevole», diceva Goethe, e Davide Mancini Zanchi, da A+B Gallery, ce ne dà l’occasione. Nella sua mostra, intitolata – appunto – Quadri (è la sesta con la galleria di Brescia), l’artista esplora il gesto pittorico come atto fisico, mentale e concettuale dando forma a un percorso attraverso cui, opera dopo opera, mette in discussione il rapporto tra la pratica pittorica, il linguaggio che ne deriva e il significato delle immagini che appartengono alla nostra vita quotidiana.
Si parte con Scritte, una serie con cui Mancini Zanchi combina dipinti di piccolo formato con parole poste su sfondi astratti densi e carichi di emotività. Le parole, scelte per il loro tono rassicurante, assumono una presenza centrale che rivela una certa forza imperativa. Il rapporto tra la fluidità dello sfondo e la rigidità della parola crea un disallineamento semantico, trasformando il messaggio in un’affermazione che permette di far emergere un vuoto irrisolto. L’effetto, che ricorda i meme, sposta il significato dell’immagine ed evidenzia l’ambiguità tra ciò che viene detto e ciò che viene percepito, aprendo il dipinto a una riflessione su se stesso. La serie Nature Morte nasce invece dal legame tra fisicità e gesto pittorico. Utilizzando la vernice spray, un’estensione del corpo, l’artista crea tracce e segni che non si limitano a rappresentare, ma testimoniano un’azione. Gli strati e i gesti ripetuti creano una presenza che va oltre la natura statica dell’immagine, interagendo con la tensione tra controllo e casualità, costruzione e dispersione.
All’interno della galleria trovano posto anche opere della serie Paesaggi ItaGliani: l’artista utilizza i colori della bandiera italiana per ricreare paesaggi che non si limitano a rappresentare la realtà, ma ne mettono in discussione la costruzione culturale. Il titolo stesso gioca con il linguaggio e la storia politica, introducendo un elemento critico che va oltre l’estetica. La serie riflette sulla retorica del paesaggio nazionale e sulle ideologie che esso veicola, offrendo una lettura ironica e critica dell’immaginario identitario. Costellazioni invece sono una serie di monocromi nelle tonalità del blu notturno, dove l’artista proietta sulla tela piccole palline di carta imbevute di saliva, creando composizioni inedite. Il gesto semplice e diretto intreccia il corpo con la materia, trasformando il dipinto in uno spazio intimo e personale. Queste opere giocano con la fisicità del gesto pittorico, introducendo una dimensione ludica e irriverente che allude anche a dinamiche sociali e comunicative.
Con Polittici Transformers, per finire, Mancini Zanchi sfida invece la funzione tradizionale del dipinto come oggetto contemplativo. I polittici sono costituiti da elementi che possono essere smontati e riassemblati, trasformandosi in un nuovo oggetto: un veicolo. La pittura non è più solo una superficie da guardare, ma diventa qualcosa da manipolare e riorganizzare, esplorando la tensione tra arte e funzione, contemplazione e azione: attraversare un’opera dopo l’altra significa raccogliere l’invito a riconsiderare il ruolo della pittura oggi, sfidare le convenzioni e riconoscere nella pittura uno spazio di riflessione sulla materia, il gesto e il linguaggio visivo come strumenti di pensiero.
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