Categorie: Mostre

Dopo l’orrore. In mostra a Torino le lettere di Primo Levi che interroga gli artefici delle persecuzioni naziste

di - 26 Gennaio 2025

Fino al prossimo 5 maggio la Corte Medievale di Palazzo Madama, a Torino, ospita una mostra molto particolare, dedicata al carteggio epistolare di Primo Levi con interlocutori di lingua o cultura tedesca dopo la pubblicazione di Se questo è un uomo in Germania, nel 1959. La mostra s’intitola Giro di Posta. Primo Levi, le Germanie e l’Europa. Affidata alla curatela di Domenica Scarpa, l’esposizione è promossa dal Centro Internazionale Studi Primo Levi. È realizzata nel contesto del progetto Levinet, coordinato da Martina Mengoni per l’Università di Ferrara, e ha ricevuto la Medaglia del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ne ha così riconosciuto il merito e l’importante valore di testimonianza.

Lettera di Levi a Riedt, 25.8.1961

L’allestimento, curato da Gianfranco Cavaglià e Anna Rita Bertorello, è pensato come modulare e plastico, capace di adattarsi a diversi possibili contesti. La mostra consta di più di cinquecento lettere, quasi tutte inedite, scambiate da Levi dal 1959 al 1986, anno della morte dello scrittore torinese, con lettrici e lettori del suo romanzo, con il suo traduttore, con ex compagni di lager ritrovati e persino con qualcuno dei suoi persecutori ai tempi di Auschwitz. Le lettere sono articolate in un percorso espositivo che si snoda in cinque sezioni, dalla riflessione sull’Europa nascente allo scambio epistolare con Heinz Riedt (il suo traduttore tedesco, che all’epoca della guerra abbandonò l’esercito del Reich per entrare nelle fila dei partigiani italiani); quello con altri ex deportati e testimoni, come lo storico austriaco antifascista Hermann Langbein; e infine quello con le lettrici e i lettori tedeschi di Se questo è un uomo.

Primo Levi, ph. Studio Gonnella

Salta agli occhi in modo particolare lo scambio di lettere con il chimico Ferdinand Meyer, che ad Auschwitz era “dall’altra parte” rispetto a Levi, e che pure lo scrittore interroga, cercando di coinvolgerlo in un dialogo umano che valica l’orrore. A questo personaggio poi Levi si ispirerà per un racconto de Il Sistema Periodico (1975).

Primo Levi, ph. Studio Gonnella

È curioso pensare a una mostra composta di sole lettere, spesso scritte a macchina, con i caratteri tipici delle macchine da scrivere dell’epoca. Ma l’esperimento è tanto più importante e riuscito in virtù non solo dell’importante contenuto delle lettere, attraverso le quali è possibile cogliere aspetti profondi del modo in cui all’epoca si discuteva sugli orrori della Shoah, ma anche sui come e i perché di un’Europa tutta da ricostruire dopo una guerra che in ogni senso possibile ne aveva devastate le radici.

Primo Levi. Foto di proprietà famiglia Levi

Ciò che colpisce in modo particolarmente acuto – e, in tempi di haters e leoni da tastiera, insieme invita a una tanto più meditata riflessione – è il desiderio e la volontà di Primo Levi di porsi in un dialogo costruttivo con un universo culturale come quello tedesco, da lui certo amato in gioventù (quando era lettore di Thomas Mann), ma che avrebbe potuto legittimamente considerare indegno della propria attenzione dopo l’orrore di Auschwitz. Eppure Levi non si arrende. Se per T. W. Adorno dopo Auschwitz non può più esserci poesia, non fu così per Levi. Come già testimoniava nel commovente capitolo di Se questo è un uomo, citando i celebri versi del V Canto della Divina Commedia, per lui la virtù e la conoscenza sono ancora e sempre l’essenza più profonda dell’umano, a cui lui si rifiuta di rinunciare. Perciò quello che muove Primo Levi è soprattutto la volontà di capire, che vuol dire testimoniare e interrogare insieme, con domande aperte, che presuppongono un ascolto vero. Senza sconti e senza cercare giustificazioni per i carnefici, anzi.

Primo Levi, ph. Studio Gonnella

La lezione di Levi è forse soprattutto questa. Discutere, confrontarsi, porsi da persona a persona in un dialogo aperto, e per di più scritto (e perciò mediato e meditato da parole cariche di senso) è la sola possibilità che abbiamo per ritrovare quell’umanità piena di senso che l’esperienza della Shoah ha irrimediabilmente e tragicamente messo in discussione.

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