Categorie: Mostre

‘Earth: Keith Arnatt, Heidi Bucher, James Capper’ da Alma Zevi, Venezia

di - 31 Marzo 2021

A Venezia, negli spazi ALMA ZEVI, dallo scorso 26 marzo Ăš allestita la collettiva “EARTH: Keith Arnatt, Heidi Bucher, James Capper”, «una mostra che esplora il lavoro radicale di tre artisti all’interno del contesto del paesaggio e della performance». Gli artisti britannici Keith Arnatt (1930-2008) e James Capper (1987) e l’artista svizzera Heidi Bucher (1926-1993) «usano la fotografia, il collage, il disegno e la scultura per dare una forma concreta a processi al contempo duraturi ed effimeri. Combinando assieme queste diverse tecniche artistiche e documentarie, ciascuno di loro crea il proprio mondo, unico e autosufficiente», ha spiegato la galleria.

La mostra al momento ù visitabile solo in versione online e la galleria offre tour virtuali prenotabili inviando una mail all’indirizzo info@almazevi.com, mentre si attende il momento in cui sarà possibile tornare ad accogliere il pubblico in galleria.

«La mostra presenta fotografie e collage fotografici dagli anni Sessanta agli anni Ottanta, accompagnati da disegni e sculture piĂč recenti.
“EARTH” inoltre prende in esame il modo in cui per Arnatt, Bucher e Capper la presenza umana Ăš indissolubilmente legata al paesaggio». Arnatt, Capper e Bucher, infatti, ha sottolineato la galleria, «condividono tutti una particolare connessione con la Land Art, movimento dominante in Europa e negli Stati Uniti negli anni Sessanta. Gli artisti associati a questo movimento si concentravano sull’espansione dei materiali utilizzati per la scultura introducendo, ad esempio, l’uso di terra, rocce e fango. Essi hanno inoltre integrato nella loro pratica elementi propri della Performance Art e della fotografia documentaria. È all’interno di questa cornice teorica quindi che si possono esaminare i singoli artisti inclusi in “EARTH”».

Le ricerche dei tre artisti vengono messo in relazione la prima volta, dopo che ALMA ZEVI ha lavorato con ciascuno di loro in diverse occasioni: «La mostra – ha proseguito la galleria – fa seguito alle precedenti presentazioni di ALMA ZEVI sul lavoro di Heidi Bucher (2019, 2017) e di James Capper (2017, 2015), mentre Ăš invece la prima volta che l’opera di Keith Arnatt viene esposta in Italia dall’importante mostra “Decomposition” presso San Giovanni in Monte (Bologna, 1996)».

EARTH: Keith Arnatt, Heidi Bucher, James Capper, installation view, 2021, ALMA ZEVI Venice, Courtesy ALMA ZEVI, Ph Enrico Fiorese

Il percorso espositivo

Keith Arnatt

«In mostra sono presentati alcuni lavori iconici di Keith Arnatt della fine degli anni Sessanta. Uno dei principali obiettivi dell’artista era la manipolazione delle percezioni che l’osservatore ha del suo corpo e del paesaggio che lo circonda. Le azioni che costituivano la sua arte erano pianificate ed eseguite da Arnatt stesso, che ideava spazi nel terreno che nascondevano specchi, o creavano ombre e illusioni ottiche. Self-Burial (1969) Ăš una serie di fotografie che ritraggono l’artista mentre scompare gradualmente nel terreno, cancellando la presenza del corpo umano; la rimozione completa dell’artista dall’immagine indica la smaterializzazione dell’opera d’arte, portandola a “collassare” concettualmente su se stessa. In aggiunta, Mirror-Lined Pit (daisies) e Untitled (Mirror Plug), entrambe del 1968, sono esempi chiave degli scavi di Arnatt nel paesaggio, nei quali l’utilizzo degli specchi crea l’impressione che il terreno riappaia da uno spazio vuoto.
Sia Self-Burial che Untitled (Mirror Plug) dimostrano l’ossessione di Arnatt verso il concetto di assenza come presenza, uno dei principi fondamentali dell’Arte Concettuale del periodo: le tracce del corpo di Arnatt sono mostrate, o meglio parzialmente mostrate, attraverso una cavitĂ  nel terreno o un’ombra dai contorni umani», ha spiegato la galleria.

Keith Arnatt, Self-Burial, 1969, six vintage silver gelatin prints, 27 × 114 cm (framed) © Keith Arnatt Estate‹Courtesy of the Keith Arnatt Estate and SprĂŒth Magers, Ph Enrico Fiorese

Heidi Bucher

«Heidi Bucher Ăš stata un’importante artista svizzera, ampiamente riconosciuta per la sua tecnica rivoluzionaria di ‘scuoiamento’ dell’architettura domestica, usando calchi realizzati in lattice che riproducevano pavimenti, pareti e altri elementi architettonici. L’opera Flying Skinroom (1981), un lavoro complesso dal punto di vista del concetto e del materiale, Ăš una delle piĂč grandi mai realizzate da Bucher; si tratta di un calco a grandezza naturale di un’intera stanza nella casa dei suoi genitori a Winterthur. La Flying Skinroom e il procedimento di portare il lavoro all’aperto si vedono in uno dei collage fotografici inclusi in “EARTH”. Questi rari collage degli anni Ottanta, in mostra qui per la prima volta, sono una parte inedita del suo lavoro. Intitolati Der SchlĂŒpfakt der Parkett Libelle (1981), dove libelle significa libellula, presentano il marchio distintivo di Bucher, una libellula appunto, come elemento decorativo di particolare interesse: in questo potente simbolo naturale si ritrova infatti un collegamento con l’architettura dislocata, e con la ricollocazione di ambienti domestici in spazi all’aperto, che unitamente alla libellula stessa diventano un simbolo di liberazione di genere», ha ricordato la galleria.

Heidi Bucher, Der SchlĂŒpfakt der Parkett Libelle, 1981, photograph collage with dragonfly stamp approx. 38 x 54 cm (unframed) 55 x 69 cm (framed), Courtesy ALMA ZEVI and the Estate of Heidi Bucher, Ph Enrico Fiorese

James Capper

«James Capper Ăš un giovane artista britannico il cui lavoro si sviluppa dall’unione di scultura, scienza e ingegneria. La pratica di Capper si ispira agli ambiziosi interventi di Land Art e al contempo anche all’abilitĂ , che gli artisti di tale movimento avevano, di lasciare un segno nel paesaggio. L’ampio uso di macchinari in arte, e dei macchinari come arte, genera una serie di quesiti sull’utilizzo di materiali non convenzionali nell’Arte Concettuale. In mostra in galle- ria Ăš inclusa una selezione di sculture intitolate ATLAS, macinatori in metallo che Capper stesso ha disegnato e costruito, i quali hanno la funzione di essere sia parti di sculture cinetiche piĂč grandi, sia opere singole. Rimossi dal loro contesto originario di attivitĂ  estrattiva, essi vengono trasformati in sculture totemiche, in un processo
che risolve il dilemma di come documentare l’atto dell’artista in una maniera tangibile. Le macchine-sculture di Capper hanno un utilizzo specifico, funzionale, mentre l’impatto che hanno sull’ambiente riunisce assieme il mondo naturale, la performance art e la tecnologia. L’artista usa anche il disegno come mappatura del potenziale racchiuso nelle sue idee: i suoi lavori su carta, tra cui WALL DESTROYER (BUILD BRIDGES NOT WALLS) (2018) e FABER WITH ATLAS GRAB (2019), seguono la tradizione di Arnatt e Bucher in cui le opere bidimensionali sono usate per rappresentare gesti performativi complessi», ha aggiunto la galleria.

James Capper, WALL DESTROYER (BUILD BRIDGES NOT WALLS), 2018, ink on paper
34 x 34 cm (unframed)
44.3 x 44.3 cm (framed), Courtesy the Artist and ALMA ZEVI, Ph Enrico Fiorese

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