Categorie: Mostre

Esistere, senza compromessi. Fotografia, pittura e scultura: storie inaspettate si intrecciano a Cavalese

di - 20 Luglio 2025

«Come si comincia un quadro? / In punta di piedi / In punta di mano / Il desiderio diventa pensiero / E mentre questo accade / C’è malessere, urgenza». Sono parole inequivocabili, quelle che Anneliese Pichler scrive direttamente sulla parete del Museo d’Arte Contemporanea di Cavalese, in una delle prime stanze in cui si sviluppa il percorso di Tre Atti. Pichler, Zhuka, Marinelli (dal 19 luglio al 2 novembre 2025).

Si tratta di un monito, un pensiero, una confessione capace di trasformare fin da subito l’assetto delle cose cambiandone il paradigma consueto: non più la mostra come esito concluso, ma come dinamica processuale che si manifesta nel suo farsi. Il museo dedicato al contemporaneo, situato al centro della Val di Fiemme, apre la sua stagione estiva con una esposizione in cui si intrecciano senza soluzione di continuità pittura, scultura e fotografia, calibrando con attenzione nello spazio le pratiche diversissime di tre artisti lontani tra loro per generazione, provenienza e immaginario. Il tema? Non esplicitato, e nemmeno necessario. Il criterio? Quello più istintivo, difficile da spiegare. «Eppur si muove».

Tre Atti. Pichler, Zhuka, Marinelli. Installation view, Museo Arte Contemporanea Cavalese. Ph. Erjola Zhuka

I Tre Atti citati nel titolo, corrispondono alle innumerevoli possibilità narrative insite nelle ricerche di Anneliese Pichler (Cavalese, 1962), Erjola Zhuka (Durazzo 1986) e Giuseppe Marinelli (Castellana Grotte, 1990) e a un sentimento comune che si rafforza e diventa esponenziale nell’accostamento delle loro opere. Come spiega Elsa Barbieri, curatrice della mostra e direttrice del museo, «Tre Atti mette in gioco le logiche dell’umanità, come una sorta di ultima risorsa per non scomparire». Un progetto basato su una curatela attenta e su una scommessa, quella di vedere nella pratica di ciascuno dei protagonisti il punto di partenza di riverberi sensibili e di senso. «Sono qui, tra di noi, forti o deboli nella vita, sovrani incontrastati nella loro meditazione sul mondo, possessori di quella tecnica che i loro occhi e le loro mani hanno conquistato a forza di vedere, accanendosi a trarre qualcosa da questo mondo in cui risuonano scandali e glorie della storia» prosegue la curatrice, che intesse negli ossimori e nei paradossi l’importanza di questa mostra.

Tre Atti. Pichler, Zhuka, Marinelli. Installation view, Museo Arte Contemporanea Cavalese. Ph. Erjola Zhuka

Dal disagio al senso di riscatto, lo spettro emotivo di ciascuna ricerca emerge liberamente senza mascherarne le complessità: questo avviene con particolare evidenza nel confronto tra le fotografie di Erjola Zhuka e i dipinti di Anneliese Pichler, le cui opere si incontrano e scontrano in più sale tra i tre piani espositivi del museo: sfrontata e grottesca la prima, tormentata e graffiante la seconda, entrambe cercano nella genuinità del segno la piena possibilità di manifestare la contingenza dell’essere. In una sala in cui il blu è predominante, vediamo gli scatti di Zhuka ritrarre delle anziane donne albanesi durante un bagno nel mare di Durazzo. Colte in pose che hanno l’aria di non essere state troppo a lungo premeditate, l’immediatezza dello scatto paradossalmente restituisce loro un’aria di compostezza ed eleganza fuori da ogni convenzione. Nello stesso spazio, le tele astratte di Pichler offrono campiture di celesti, grigi e marroni stagliati sulla superficie: posizionate sul pavimento, diventano elemento strutturale nello spazio lasciandoci immaginare fondali limacciosi.

Tre Atti. Pichler, Zhuka, Marinelli. Installation view, Museo Arte Contemporanea Cavalese. Ph. Erjola Zhuka

La stessa Pichler alterna campiture malinconiche a eruzioni magmatiche e potenti, forme accennate di figurazione a un’astrazione pura, segni primordiali a un flusso di pensiero che si fa segno. Una rappresentazione a tratti disturbante, come quella dei “paesaggi familiari” di Erjola Zhuka: la fotografa albanese, che conclude la mostra al terzo piano del museo, rende protagonista di un teatro dell’assurdo la propria famiglia, ritratta con sguardo sardonico e amorevole. «Fotografare l’oscenità del vero significa interessarsi al mondo e non interpretarlo» afferma, facendo dei suoi soggetti prediletti genitori, nonni, amiche, dentiere, galline, nudità e altre scene di vita intima che non sono altro che tasselli di una normale e straordinaria quotidianità.

Tre Atti. Pichler, Zhuka, Marinelli. Installation view, Museo Arte Contemporanea Cavalese. Ph. Erjola Zhuka

Dell’incontro con il quotidiano si parla anche in riferimento alle sculture leggere e metafisiche di Giuseppe Marinelli che, intrecciando fili metallici, compone corpi di animali che abitano i boschi circostanti. I teschi che li coronano sono veri, frutto di ritrovamenti dell’artista nel bosco – non è raro, in queste zone, incappare nelle carcasse di animali uccisi durante le battute di caccia – e restituiti a un’interpretazione che valica quello della morte. Le sculture si inseriscono nel “pozzo” del museo, elemento centrale architettonico che collega i diversi piani e le ospita in delle nicchie, ma la loro presenza si può ritrovare anche sulle sponde nel Rio Gambis, permettendo alla mostra di sconfinare extra moenia.

“Interno-esterno-interno”: le parole scritte da Pichler all’inizio della mostra ritornano a battere il ritmo permeabile che lasciano le narrazioni libere di fluire, intrecciandosi negli occhi e nella mente di chi saprà guardarle con attenzione.

Tre Atti. Pichler, Zhuka, Marinelli. Installation view, Museo Arte Contemporanea Cavalese. Ph. Erjola Zhuka

Nata a Pesaro nel 1991, è laureanda nel corso di Visual Cultures e Pratiche Curatoriali presso l'Accademia di Brera. È residente a Milano dove vive e lavora come giornalista freelance per diverse testate di arte, concentrandosi sul panorama contemporaneo tramite news, recensioni e interviste su online e cartaceo. Oscilla tra utopia e inquietudine; ancora tanti sogni da realizzare.

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