Categorie: Mostre

Fabio Mauri: «arte per legittima difesa»

di - 3 Gennaio 2026

C’è chi ha accostato l’opera di Fabio Mauri a un’arte pericolosa, «un’arte contro lo stato delle cose (…) un’arte dove sarà possibile incontrarsi e riconoscersi». Mi chiedo come sarebbe varcare oggi l’ingresso della Triennale di Milano accanto a lui. Cosa direbbe di questo presente in cui gli oppressi sembrano farsi oppressori e il potere cambia volto senza mutare natura? Probabilmente non sarebbe affatto sorpreso. La sua urgenza comunicativa lo spingerebbe a esercitare nuove «punte luminose di inquisizione sul presente», a non accettare nemmeno oggi quell’inerzia che si adagia sul mondo come un destino inevitabile.

Foto: Claudio Martinez, Roma, 2005. Courtesy the Estate of Fabio Mauri and Hauser & Wirth

DE OPPRESSIONE, in corso alla Triennale di Milano fino al 15 febbraio 2026, a cura di Ilaria Bernardi e realizzata dall’Associazione Genesi (fondata nel 2020 da Letizia Moratti) in collaborazione con lo Studio Fabio Mauri – Associazione per l’Arte L’Esperimento del Mondo, raccoglie opere emblematiche realizzate tra la fine degli anni Sessanta e i Duemila. In queste sale, i suoi studi su cultura, identità e ideologia attraversano contesti geografici diversi, rivelando come Mauri abbia saputo spostare lo sguardo oltre i confini di una memoria unica — quella europea — costruendo ponti tra luoghi, storie e tempi anche lontani. Mauri non è qui, eppure ci osserva, ci misura, ci invita a confrontarci con le sue «stanze del tempo», e non è la prima volta che lo fa proprio in Triennale; oggi, però, ritorna in veste di testimone invisibile di un’arte che non smette mai di interrogarsi e di interrogare. «Mi comporto come se quella realtà (la storica) non avesse avuto i suoi finali di condanna, ma ancora assommasse dati fino ad oggi», scriveva.

Fabio Mauri. De Oppressione. Installation view, Foto /Photo Stefano Tacchinardi. Courtesy Associazione Genesi

Chi già conosce la sua grandezza noterà l’assenza di alcune opere celebri a livello internazionale — penso a Che cosa è il fascismo (1971), Ebrea (1971), Il Muro Occidentale o del Pianto (1993) —, ma non è un caso. Questa mostra non punta al colpo d’occhio del già noto, bensì a proporre una prima introduzione a un artista complesso e stratificato, che non lavora soltanto con il tempo, ma, come lui stesso ricordava a proposito di Pier Paolo Pasolini (suo grande amico), molto ne esige a chi si accosta alla sua opera.

Fabio Mauri. De Oppressione. Installation view, Foto /Photo Stefano Tacchinardi. Courtesy Associazione Genesi

È evidente che si tratta di un primo passo verso qualcosa di più ampio. Nel 2026, per il centenario della nascita di Mauri, prenderà forma un progetto esaustivo che include una grande retrospettiva al MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, itinerante al Mudam di Lussemburgo; proprio in questi giorni è stato presentato il catalogo generale, edito da Allemandi e Hatje Cantz. Una tappa preziosa, dunque, come afferma la curatrice Ilaria Bernardi: «La mostra in Triennale desidera testimoniare quanto Fabio Mauri sia stato non soltanto un artista di indubbio valore, ma al contempo un raffinato e lungimirante intellettuale, capace di leggere nella Storia passata e presente i germi della Storia futura».

Fabio Mauri. De Oppressione. Installation view, Foto /Photo Stefano Tacchinardi. Courtesy Associazione Genesi

Se infatti l’arte arriva normalmente dopo, nell’opera di Mauri questo dopo pulsa nel presente. Il nazismo, il razzismo, i riti ideologici, i linguaggi della sopraffazione non sono racconti da sfogliare, ma materia viva da attraversare, sentire e respirare. Come ricordava Achille Bonito Oliva: «Non si tratta di prosa ma di poesia».

Amore mio (1970), Manipolazione di Cultura (1974), Europa bombardata (1978), I numeri malefici (1978), Ricostruzione della memoria a percezione spenta (1988), Cina Asia Nuova (1996) e Rebibbia (2007): dati, reperti, fotografie, performance che riproducono eventi singolari ed emblematici. Ciascuna opera in mostra custodisce una sequenza di operazioni in cui la rappresentazione — oggetti, corpi, azioni, elementi costitutivi dell’individuo — traccia un’ideologia complessa. Ma che cos’è per Mauri l’ideologia, se non il più grande prodotto di consumo che l’Europa abbia mai generato e diffuso nel mondo? Come osserva la critica Francesca Alfano Miglietti: «L’ideologia di Fabio Mauri è una forma di sintesi immaginante, un “sistema” che mette continuamente in “immagini” la confusa realtà e costituisce, di volta in volta, universi semantici; ogni “discorso” utilizzato da Mauri ne introduce un altro, in una dimensione significante tale che tutti risultino legati da una struttura di rimando».

Fabio Mauri. De Oppressione. Installation view, Foto /Photo Stefano Tacchinardi. Courtesy Associazione Genesi

Intorno all’opera di Mauri, negli anni, si è raccolto un coro fitto e autorevole. Oltre ai critici già menzionati, Carolyn Christov-Bakargiev (presidente dello Studio Fabio Mauri), Caroline Bourgeois, Laura Cherubini, Okwui Enwezor, Andrea Viliani e molti altri ancora. Camminare nella mostra della Triennale significa prendere posto tra loro e lasciarsi raccontare l’opera e la vita di questo incredibile artista da chi ne ha esplorato le molteplici pieghe. Non un tributo postumo, ma un ascolto attento: il riconoscimento della sua capacità di attraversare la storia mentre la storia attraversava lui. Un’occasione rara, un invito a rallentare, a capire, ad accettare che certi maestri si concedono pienamente solo a chi torna, guarda, riascolta.

Fabio Mauri, Vomitare sulla Grecia, 1972. Fotografia su pannello, sacchetti in carta telata, vetroresina, riso e pasta secca. Centro Multipli, Roma, 1972. Foto: Claudio Abate. Courtesy the Estate of Fabio Mauri and Hauser & Wirth

«Ebbi occasione di affermare in un dibattito in quegli anni che commettevo (tentavo di fare) arte per “legittima difesa”. Comportamento poetico come guardia stretta, nel senso di parteggiare o contrattaccare (…). Indicando perentoriamente che “l’oggetto grave” in Europa, cioè la “storia”, era proprio e per tutti quello dell’ideologia. Lo era da tempo e avrebbe proseguito, come puntualmente è accaduto, violentemente ad esserlo» (F. M.).

Fabio Mauri. De Oppressione. Installation view, Foto /Photo Stefano Tacchinardi. Courtesy Associazione Genesi

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