Installation views of Gelitin's exhibition All for All at Perrotin New York, 2026. Photographer: Guillaume Ziccarelli. Courtesy of the artists and Perrotin
Composto da Wolfgang Gantner (1968), Ali Janka (1970), Florian Reither (1970) e Tobias Urban (1971), il gruppo si incontra per la prima volta nel 1978 durante un campo estivo, iniziando una collaborazione che diventerà ufficiale solo nel 1993 con le prime esposizioni pubbliche. Da quel momento i quattro artisti – che oggi vivono e lavorano a Vienna – si sono affermati come una forza pioneristica nel panorama dell’arte contemporanea internazionale, rappresentando in particolare l’Austria alla 54ª Biennale di Venezia con Gelatin Pavilion – Some Like It Hot.
La loro pratica si inserisce nell’ambito dell’Estetica relazionale – definizione introdotta da Nicolas Bourriaud nel celebre saggio Esthétique relationnelle del 1998 – ponendo al centro dell’opera le relazioni interpersonali e il coinvolgimento diretto del pubblico. A presupposto del lavoro dei Gelitin vi è infatti la volontà di ridefinire il rapporto tradizionale tra opera e spettatore: il pubblico non è più semplice osservatore, ma diventa parte integrante del processo creativo, co-autore e collaboratore attivo. Questo approccio trova un precedente proprio in Austria nei lavori di Franz West (1947-2012) a cui hanno reso omaggio con Gelatin Sofa (2019), il divano colossale (600x210x150 cm) esposto nel cortile interno del MAK – Museum of Applied Arts di Vienna. L’intera pratica dei Gelitin si fonda su una concezione dell’arte come esperienza condivisa e collettiva. Dalla partecipazione alla Biennale di Venezia del 2001 con Die totale Osmose alla celebre installazione Hase / Pink Rabbit (2005), il gigantesco coniglio lasciato decomporre sulle Alpi piemontesi, fino alle numerose performance e azioni partecipative proposte in contesti internazionali tra cui Human Elevator (1999) a Los Angeles e Democratic Sculpture 7 ideata nel 2023 per il Cultural Center di Chicago, il collettivo ha sempre esplorato forme di collaborazione tra corpi, materiali e pubblico.
Negli sviluppi più recenti, concentrati nel 2025, questa ricerca si è ulteriormente articolata in progetti che ampliano la dimensione esperienziale e partecipativa del loro lavoro. Tra questi, Gelatin Hütte, realizzata insieme agli abitanti del 22º distretto di Vienna, e Am Asphodeliengrund 29, presentato al festival d’arte contemporanea Steirischer Herbst di Graz (Austria), un’installazione nel seminterrato di un’ex distilleria in cui il visitatore veniva traghettato su una piccola barca per accedere al percorso performativo. A luglio dello stesso anno, l’azione collettiva TUTTO STUCCO, da FOROF a Roma, ha chiuso la loro mostra Nimbus Limbus Omnibus mentre, a novembre, hanno realizzato Frohes Fest 2, una rivisitazione del tradizionale albero di Natale per la Heidi Horten Collection di Vienna.
Nel loro lavoro, tuttavia, la comunità non è mai idealizzata come struttura armonica. Al contrario, appare come un organismo instabile, imperfetto e provvisorio, costantemente esposto alla possibilità di disgregarsi. È proprio questa precarietà a costituire uno degli aspetti più radicali della loro ricerca: la creazione di situazioni in cui individui diversi sperimentano, anche solo temporaneamente, la possibilità di costruire qualcosa insieme.
In questo contesto si inserisce All for All, il progetto espositivo inaugurato lo scorso 5 marzo negli spazi newyorkesi della galleria Perrotin, che riunisce due nuclei di lavori distinti ma concettualmente complementari: la serie di ceramiche All for All e una serie di disegni collegati all’opera pubblica WirWasser.
Entrambi i cicli riflettono sul tema della comunità e sulle dinamiche che regolano la convivenza tra individui. Al centro della mostra si trova una serie in continua espansione di piastrelle in ceramica raffiguranti volti modellati a mano. Ogni elemento è plasmato, smaltato e cotto singolarmente, senza calchi né tentativi di uniformità. I volti – che variano da espressioni sorridenti a smorfie malinconiche, da tratti buffi a fisionomie più enigmatiche – sembrano restituire un campionario delle molteplici emozioni che caratterizzano la vita collettiva, generando una moltitudine eterogenea, una sorta di piccola società.
L’idea nasce nel 2022 come proposta per una scuola pubblica di nuova costruzione a Monaco di Baviera. Al centro dell’edificio, una scala circolare si sviluppa dal seminterrato fino al secondo piano collegando i quattro livelli della struttura. È lungo questo percorso che si colloca l’intervento dei Gelitin: più di trecento volti in ceramica modellati a mano sono stati applicati su una grande parete davanti alla scala, accompagnando gli spostamenti degli studenti tra una lezione e l’altra. L’opera assume una dimensione temporale che supera la singola esperienza individuale: una pluralità di sguardi che si forma e si rinnova nel tempo, una presenza continua e plurale, che cresce insieme ai suoi osservatori. Alla galleria Perrotin di New York, queste opere sono presentate secondo due modalità espositive differenti. In una sala sono riunite in gruppi compatti; in un’altra si dispongono invece come una sequenza lineare di individualità isolate. La duplice disposizione sembra rimandare alla percezione della metropoli contemporanea: un luogo caratterizzato da un’estrema prossimità tra i corpi che, tuttavia, convive con forme diffuse di solitudine, dove le vite scorrono parallelamente senza necessariamente incontrarsi. Questa idea di comunità non rimane confinata all’installazione nel suo insieme ma si estende anche alla possibilità di acquisirne singoli elementi, trasformando l’opera in una struttura aperta e potenzialmente condivisa.
In dialogo con le opere in ceramica, la mostra presenta una serie di disegni ispirati a WirWasser (“Noi acqua”), la fontana pubblica permanente realizzata dai Gelitin a Vienna nel 2023, oggetto di un acceso dibattito sin dal momento della sua inaugurazione. L’opera è stata progettata in occasione del 150° anniversario della Erste Wiener Hochquellenleitung, il sistema idrico che convoglia a Vienna l’acqua di sorgente proveniente dalle Alpi attraverso una rete di condotte lunga circa 150 chilometri.
Collocata all’incrocio tra Gundrunstrasse e Sonnwendgasse, la fontana si presenta come un anello di figure umanoidi – volutamente goffe, esagerate, quasi caricaturali – i cui corpi formano il recipiente. L’acqua sgorga dalle loro mani, dalle bocche o dagli arti e ritorna nella vasca centrale, generando un sistema circolare che funziona esclusivamente grazie alla prossimità tra i corpi. In questa composizione, le figure ideate da Gelitin incarnano allo stesso tempo esseri umani e creature ibride, presenze che oscillano tra figurazione e astrazione e che, nella loro varietà, alludono alla pluralità della società. Accostati corpo a corpo, questi personaggi sembrano suggellare un tacito patto di solidarietà: solo restando uniti riescono a sostenere e a preservare l’acqua che scorre tra loro, richiamando l’attenzione sulla responsabilità collettiva nei confronti di una risorsa fondamentale per la Terra. I disegni dell’esposizione newyorkese prendono spunto da WirWasser: frammenti di quelle figure sono stati progressivamente rielaborati attraverso interventi grafici che hanno trasformato l’originaria composizione, generando ulteriori possibilità di interazione tra i corpi.
Accompagnata dalla lecture-performance presentata l’8 marzo al The Watermill Center di New York, All for All alla galleria Perrotin, visitabile fino all’11 aprile, si configura come uno spazio vivo di interazione, condivisione e riflessione. Il progetto restituisce l’immagine di un processo che si sta formando sotto i nostri occhi. È forse in questo continuo divenire che il lavoro dei Gelitin trova la sua espressione più autentica: non nella celebrazione di una comunità compiuta, ma nella possibilità, continua e instabile, di prendere forma.
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