Fiume affatato, 2021, tecnica mista su tela, cm 205 x 175 photo Andrea Veneri
Gettare cose in fiume è un moto a luogo abbastanza noto alle cronache d’arte. Nel 1953, Robert Rauschenberg si disfece di alcune opere gettandole nell’Arno, insieme a piccoli feticci di viaggio. Erano parte di una mostra allestita in una galleria fiorentina e, ad assisterlo, c’era il fedele Cy Twombly. Sempre la Toscana è stata al centro di un’ironica débâcle della critica quando, nel 1984, riconobbe come di Modigliani statue che in realtà non lo erano affatto. Fu uno sgambetto, veramente ben architettato, di quattro studenti universitari di Livorno. Ma un fiume può essere anche il luogo dove, viceversa, viene tirata su l’ancora delle memorie proprie. È un po’ il modo in cui si può entrare, pardon immergersi, nella personale di Gioacchino Pontrelli allestita allo Spazio Field di Roma, nuovo centro espositivo ospitato in quello che era un tempo il Museo di Arte Orientale.
“Fiume affatato” parte da uno scorcio del fiume preso da Porta Portese. Da lì, il barcarolo Pontrelli (il titolo della mostra arriva proprio dalla tradizione musicale romanesca), fa salire a bordo tutti i compagni di viaggio: ci sono De Chirico, De Dominicis, Kounellis e Caravaggio. Ma anche figure con cui il pittore ha stretto una confidenza più diretta e amicale: è il caso di Giacinto Cerone, Alighiero Boetti o Mario Schifano, nota il curatore Claudio Libero Pisano. Non è così importante sapere se con questi ultimi Pontrelli abbia stretto o meno un rapporto reale, o se di reale c’è lo studio e il confronto nel lavoro quotidiano. In fondo, siamo in un fiume, e l’acqua è la padrona di tutte le osmosi. Però, quando su una tela vediamo un esagono dipinto di blu tra lo spazio d’aria di un pino di Villa Medici, ci ricordiamo allora che a Roma questa fluidità non è un dato di fatto. I muraglioni eretti nell’Ottocento hanno reciso la linea di continuità tra la città e l’acqua. Così, per “attivare” il fiume, c’è sempre bisogno di un’azione: ci si sporge, si scende o si attraversa un ponte. Il Tevere deve in un certo senso farsi largo, come fa quella piccola forma nel ritaglio tra le fronde. Eppure, Roma è stata battezzata a bordo fiume: il suo nome arriva da quello più antico del Tevere, che era “Rumon”.
Ma se un’entità continua a interrogare gli artisti, allora una cosa è certa: l’oblio non ce la fa a scavalcare i muraglioni. Iginio De Luca nel 2021 lo ha fatto esondare con 15 manifesti pubblicitari affissi in città; il progetto si intitolava “Tevere Expo” con un focus, letterale, sui suoi reperti che vengono a galla. Andreco, lavora invece su performance e attività collettive dove relazione, riqualificazione e piantumazione sono le parole spinte dal buon vento, dall’Aniene al Parco di Veio. Il “Fiume affatato” di Pontrelli sta lì a dirci che il suo letto continua a essere un’alcova di storie; si può anche nasconderlo alla vista, ma è impossibile non caderci dentro. E dunque, ha ancora ragione Giuseppe Ungaretti quando, nel 1943, per chiamarlo, non aveva che due parole: Tevere e fatale.
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