Ana Manso, cornucopia, 2025, tie-dye, acrilico e olio su tela di cotone, cm 130 x 250. Photo: Danilo Donzelli
La mostra Dragon Veins di Ana Manso è una delicata brezza primaverile di colori e magia che riempie gli spazi di Casa Di Marino a Napoli, rispondendo alla domanda: perché c’è ancora bisogno di una pittura paesaggistica contemporanea?
Manso, classe 1984, è riuscita a raccogliere nella sua pittura fatta di segni e pennellate tutti quegli impulsi più “primordiali dell’atto pittorico”, con l’intento di fondere tempo e spazio e creare una nuova dimensione armonica, dove ogni strato pittorico applicato tramite un atto processuale è eco del processo di sedimentazione naturale che crea le montagne e definisce le coste.
Lo scorrere del tempo, il passare delle stagioni, il susseguirsi della notte e del giorno, Manso pone sullo stesso piano i processi naturali e le memorie di vita privata per raccontare di un mondo dopo l’antropocene, dove “l’eccezionalismo” dell’uomo è superato e antiche filosofie orientali come il Confucianesimo, Taoismo e Buddismo offrono un’opportunità per consolidare l’idea di paesaggio come dualità imprescindibile tra uomo e Natura..
A introdurre la mostra, sono il vento (2025), una piccola tela gialla rettangolare, alterna sulla sua superficie bidimensionale lavorata a tie-dye, alcune pennellate piene di colore rosso, viola, e blu ad altre più ritmiche e rade, visualizzazione delle dragon veins. Nel Feng Shui, le “vene del drago” sono correnti o traiettorie energetiche invisibili che attraversano il paesaggio, modellandolo secondo equilibri sottili di pieno e vuoto. Queste linee di forza che strutturano il mondo naturale e ne determinano l’armonia, sono l’elemento cardine e centrale della mostra a Casa Di Marino e palesano l’evoluzione creativa di Manso verso una maggiore commistione tra colorismo astratto e gestuale alla Joan Mitchell e pensiero ecologico orientale.
Queste vene, presenti in tutte le opere in mostra, sono però particolarmente interessanti nelle opere di dimensioni maggiori come cornucopia (2025) e assobio (2025), esposte nelle due sale successive. Poiché dipinte su più strati fitti di colore, le vene anziché muoversi alla maniera del, diventano esse stesse il qui (concetto che in cinese significa respiro/energia vitale). Dunque, la Natura di Ana Manso «Non è più la natura oggettivata dallo sguardo, ma la natura naturans, il principio interno della creazione-trasformazione (zao-hua)», (F. Jullien, The Great Image Has No Form, or On the Nonobject through Painting, The University of Chicago Press, 2009, p. 239.).
Le opere di Manso, dipinte “secondo natura”, risultano oggi particolarmente rilevanti, soprattutto perché riescono a inserire un elemento emotivo nella questione ecologica, visualizzando quelle energie vitali, benevole e inafferrabili che muovono la natura e influenzano la nostra esistenza — un’esistenza che, al pari di un hyperobject, ci sovrasta e ci comprende. Da un lato, il suo lavoro sembra allinearsi alla corrente modernista che, da Kandinsky a Picasso, entrando in contatto con l’arte orientale nei primi del Novecento, porta l’artista a «Lavorare come la Natura» e a «Diventare uno con essa, molto più che copiarla», per dirla con le parole di Picasso e Braque. Dall’altro, Manso recupera dalla tradizione orientale più antica l’esigenza di ampliare il nostro spettro percettivo oltre i limiti della vista.
Le sue opere catturano il flusso armonico della vita, e il risultato è che, al pari del capolavoro Early Spring di Guo Xi (1072), «Il dipinto sembra vivo grazie al movimento che si crea quando lo yin si trasforma in yang e viceversa», (S. Drake Hawks, An Environmental Ethic in Chinese Landscape Painting, Education About Asia), Volume 18, Number 1, Spring 2013, p.14.).
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