Lavinia Fontana, Giuditta con la testa di Oloferne
Non solo un percorso storico-artistico, ma un vero e proprio dispositivo culturale capace di intrecciare memoria civile e genealogia estetica, ponendo in dialogo le opere di alcune grandi artiste europee tra Quattrocento e Ottocento con la storia delle ventuno Madri Costituenti che parteciparono alla nascita della Repubblica. Tutto questo è racchiuso nella mostra, allestita a Palazzo Madama, sede del Senato, dal 6 marzo al 7 giugno 2026, dal titolo: Il volto delle donne che riunisce tredici capolavori provenienti da importanti musei italiani, affiancati da materiali documentari e biografici dedicati alle donne che nel 1946 furono elette all’Assemblea Costituente e contribuirono alla stesura della Costituzione italiana. L’operazione curatoriale appare, fin dal titolo, programmaticamente doppia. Il “volto” è infatti sia un tema iconografico sia una metafora storica: da un lato i volti dipinti dalle artiste – sante, sovrane, eroine, ma anche autoritratti – dall’altro il volto politico di una nazione costruita anche dal lavoro delle donne.
La mostra attraversa quattro secoli di creatività femminile, ricordando come la presenza delle donne nel sistema artistico sia stata a lungo marginalizzata, limitata da barriere sociali e istituzionali. Molte artiste si formarono in ambito familiare, spesso figlie di pittori o mercanti d’arte, trovando nello spazio domestico il luogo di una prima, fragile emancipazione professionale.
Il percorso espositivo presenta opere di alcune tra le più importanti pittrici della tradizione europea, tra cui Artemisia Gentileschi, Sofonisba Anguissola, Lavinia Fontana e Rosalba Carriera, figure che, pur operando in contesti storici profondamente diversi, condivisero la necessità di affermare la propria autorità artistica in un sistema dominato da istituzioni maschili.
Questo quadro storico rimanda inevitabilmente alla celebre osservazione di Linda Nochlin, che nel 1971 si chiedeva provocatoriamente Why Have There Been No Great Women Artists?: non una mancanza di talento, ma la presenza di strutture culturali che hanno impedito alle donne di accedere alle stesse opportunità degli uomini. La mostra romana sembra rispondere implicitamente a questa domanda, proponendo una piccola ma significativa costellazione di figure che seppero affermare la propria identità artistica in un contesto ostile.
Tra le opere esposte emergono capolavori come l’Autoritratto alla spinetta di Sofonisba Anguissola, immagine emblematica dell’artista che rivendica il proprio status intellettuale, e la potente Giuditta con la testa di Oloferne di Lavinia Fontana, in cui la dimensione biblica si intreccia con una rivendicazione di forza e agency femminile.
Dal punto di vista iconografico, il percorso suggerisce come il ritratto e l’autorappresentazione siano stati strumenti decisivi per la costruzione di una soggettività femminile nell’arte. Se, come scriveva Erwin Panofsky , il volto è «il luogo privilegiato dell’identità simbolica», nelle opere delle artiste presenti in mostra esso diventa anche un campo di negoziazione sociale.
Gli autoritratti – da Anguissola alle altre protagoniste – non sono semplicemente esercizi di stile, ma dichiarazioni di esistenza professionale. In un sistema artistico dominato da corporazioni e accademie maschili, il ritratto diventa una forma di legittimazione pubblica: la pittrice si presenta come artista, non come oggetto di rappresentazione.
Il secondo nucleo della mostra introduce una dimensione decisamente politica. Accanto alle opere d’arte si sviluppa infatti un percorso documentario dedicato alle ventuno Madri Costituenti, le donne elette il 2 giugno 1946 all’Assemblea Costituente che parteciparono alla redazione della Carta repubblicana.
L’intento dell’esposizione è quello di restituire visibilità a figure che ebbero un ruolo determinante nella definizione dei principi fondamentali della Repubblica, contribuendo alla costruzione di una nuova cittadinanza democratica dopo la fine del fascismo. La mostra stabilisce così un parallelismo simbolico tra la conquista di uno spazio nel sistema artistico e l’ingresso delle donne nella sfera politica.
Il dialogo tra queste due genealogie – quella estetica e quella civica – costituisce l’aspetto più interessante dell’intero progetto. Le artiste che conquistarono spazio nel mondo culturale sembrano prefigurare, in qualche modo, la presenza delle donne nello spazio pubblico della Repubblica.
Qui la riflessione potrebbe essere letta attraverso la lente teorica di Hannah Arendt, per la quale lo spazio pubblico è il luogo in cui gli individui appaiono e si rendono visibili. In questo senso, le opere esposte e le figure delle costituenti partecipano dello stesso gesto: l’ingresso delle donne nella sfera della visibilità storica.
L’allestimento, collocato in un luogo altamente istituzionale come Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica, rafforza il carattere simbolico dell’iniziativa. L’arte diventa qui non soltanto oggetto estetico ma strumento di memoria civile, capace di restituire alle donne il ruolo che la storiografia ha spesso marginalizzato. In definitiva, Il volto delle donne non è una mostra monumentale per dimensioni – il percorso riunisce un numero selezionato di capolavori provenienti da importanti musei italiani – ma lo è per ambizione culturale. Essa propone una lettura della storia italiana attraverso una prospettiva che intreccia arte, politica e identità di genere, restituendo visibilità a figure troppo a lungo rimaste ai margini della narrazione ufficiale. Se, come scriveva Virginia Woolf, «per la maggior parte della storia, Anonimo era una donna», questa mostra compie un passo ulteriore: sostituire l’anonimato con un volto, e con esso con una storia finalmente riconosciuta.
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