Categorie: Mostre

In cosa crediamo ancora? Tre mostre sul ruolo dell’arte oggi, in Fondazione ICA a Milano

di - 3 Novembre 2025

In un presente segnato da incertezze, paure e continue trasformazioni, quale spazio occupa oggi l’arte? È ancora in grado di esercitare un potere trasformativo, o rischia di restare confinata a gesto estetico e autoreferenziale? Di fronte al rumore incessante delle immagini, alle crisi politiche e sociali che attraversano il nostro tempo, ci chiediamo cosa può un’opera?

La Fondazione ICA di Milano, fino all’8 novembre 2025, sceglie di affrontare queste domande con tre mostre personali che, pur con linguaggi differenti, si intrecciano in un’unica riflessione. Tre ricerche che si toccano e si distanziano, come tre variazioni di una stessa domanda.

Lewis Hammond, Something to live for, 2024

Con Black Milk, a cura di Chiara Nuzzi, Lewis Hammond ci immerge in un universo pittorico in cui le tele diventano veri e propri spazi interiori. I suoi dipinti, in gran parte concepiti per questa occasione, respirano di un’atmosfera cupa. Figure solitarie, corpi allungati, segni iconografici che rimandano alla tradizione cristiana emergono come apparizioni sospese tra trauma e redenzione. I colori, densi e scuri, sembrano trattenere la luce più che restituirla, come se la pittura fosse chiamata a custodire il peso della condizione umana.

Courtesy Andrea Rossetti Archive

Il titolo, Black Milk, allude a un paradosso che attraversa ogni tela: il latte, nutrimento e promessa di vita, si tinge di nero, portando con sé angoscia, timore del vuoto, consapevolezza del limite. Eppure proprio in questa contraddizione si apre uno spazio critico, l’arte non nega la paura, ma la attraversa, trasformandola in possibilità di rinnovamento. Hammond non ci offre risposte consolatorie, ma la pittura stessa diventa un atto di fede, un luogo in cui la fragilità si trasforma in immagine condivisa, in cui la speranza sopravvive nonostante la sua precarietà.

Oliver Osborne, con The Sleeping Guard, a cura di Alberto Salvadori, porta la riflessione su un piano diverso ma complementare. Se Hammond interroga la dimensione spirituale e psicologica, Osborne guarda al destino della pittura in un’epoca dominata dal digitale. I suoi lavori si muovono tra figurazione e astrazione, giocano con ripetizioni, variazioni di scala e chiaroscuro, quasi a forzare i limiti stessi del medium pittorico.

Oliver Osborne, Untitled, 2021

Nelle serie dedicate ai figli, la pittura diventa un gesto intimo e insieme politico, testimonianza del tempo che scorre, del volto che cambia, della memoria che resiste. Osborne stesso dichiara che includere i suoi figli nel lavoro è un atto urgente, un modo per contrastare la dislocazione psicologica generata dall’iperstimolazione visiva contemporanea. In una cultura che produce immagini infinite e fugaci, egli torna ossessivamente sugli stessi soggetti, cercando nell’atto ripetuto del dipingere una via per l’imprevisto, per la scoperta. Qui la pittura non è nostalgia ma ostinazione, un’arte che si misura con la lentezza, che rivendica la possibilità di pensare e di guardare al di fuori del flusso continuo.

Courtesy Andrea Rossetti Archive

Se Hammond ci porta nell’oscurità interiore e Osborne nella resistenza della pittura, Isabella Costabile con Whose is this?, a cura di Chiara Nuzzi e Gabriella Rebello Kolandra, ci conduce dentro un paesaggio di rovine e metamorfosi. Le sue sculture, assemblaggi di parti in ferro saldate, si presentano come oggetti instabili, creature ibride che sembrano sopravvivere alla loro funzione originaria per acquisire una nuova forma di vita. Ombre e proiezioni diventano parte integrante delle opere, trasformandole in dispositivi visivi mutevoli, capaci di generare narrazioni diverse a ogni sguardo.

Le curatrici parlano di “archeologia della memoria”. Oggetti che non appartengono più a nessuno, “di chi è questo?”, chiede il titolo, e che per questo diventano di tutti, liberati dalla logica della proprietà per aprirsi a una dimensione relazionale.

Tre mostre, tre approcci diversi, eppure un filo comune: l’arte come pratica che resiste alla perdita di senso, come luogo in cui la fragilità si trasforma in possibilità. Hammond ci interroga sul bisogno di fede e speranza, Osborne ci ricorda la necessità di un tempo lento e paziente, Costabile ci mostra come persino gli oggetti scartati possano diventare materia viva di un nuovo racconto.

Isabella Costabile, Playing hours, 2024. Courtesy of the artist and Edouard Montassut, Paris. Photographed by Gina Folly

Che cosa può ancora l’arte? Forse non cambiare il mondo in modo diretto, ma certamente modificare lo sguardo, restituire spazi di riflessione, offrire linguaggi per nominare ciò che altrimenti resterebbe indicibile. In un presente che tende a consumare tutto con rapidità, l’arte ha ancora il potere fragile, poetico ma necessario, di rallentare, di dare peso, di farci abitare l’inquietudine senza cancellarla.

L’arte non ci dice in cosa credere, ma ci invita a chiederci continuamente in cosa siamo disposti a riporre speranza. Forse è questa, oggi, la sua funzione più radicale, ricordarci di immaginare, di fantasticare, di mutare e diventare soggetti politici.

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