Marilina Succo, Interface. ERCO Italia, Milano
Dall’incontro tra pittura e digitale Marilina Succo ha dato vita e forma a Interface, mostra curata da Francesca Canfora e presentata nello showroom di ERCO Italia in occasione della Milano Design Week – dove è possibile conoscere la capacità dell’azienda di combinare tecnologia all’avanguardia, estetica e funzionalità con “The ERCO Experience”.
Nel tentativo di riorganizzare il proprio spazio di lavoro, Succo ha trovato nel comune iPad la sua personalissima tela dove lascia fluire, libera, la sua vena pittorica. Soggetto della sua ricerca, e della mostra, sono volti, di grandi dimensioni, con uno sguardo in apparenza assente, in realtà fortemente presente e ipnotico in tutta la sua diversità.
Non importa chi siano o chi rappresentino quei volti che suggeriscono un universo onirico e pulsionale, la domanda che guida la mostra è piuttosto perché sono quei volti. La risposta è un invito all’introspezione mentre fissandoci sembrano chiederci “Cosa vedi?”. Perché oltre la stampa digitale, oltre il volto che si staglia sullo sfondo monocromo sempre diverso, c’è quello che – in termini psicanalitici – chiamiamo Es, ovvero la riserva individuale di energia psichica che troppo spesso dimentichiamo nell’isteria delle mode e dei tempi moderni.
«Vorrei che creassero una sorta di ipnosi, che lo spettatore possa crearsi un punto di domanda interiore su ciò che non è più abituato a considerare, negando un collante per me fondamentale come quello tra corpo e anima», racconta Marilina Succo.
È innegabile che l’istinto cerchi, di fronte a qualcosa di mai visto prima, delle ancore di riconoscimento. Come una croce bianca su uno sfondo rosso, potrebbe essere una bandiera svizzera? O un volto quasi mostruoso, verde su sfondo verde, non ha forse le sembianze di Frankenstein o il moderno Prometeo. Altrettanto innegabile è che il tentativo, fin troppo umano, di associazione a un personaggio illustre e inesistente, sveli fin dal primo istante il nostro percorso di avvicinamento all’opera e al nostro mondo interiore.
I volti di Succo nascono nella sua mente, come dei flash. Non c’è una ricorrenza temporale, c’è un momento, ben preciso, durante il quale nella mente dell’artista figura idealmente ciò che poi sarà espresso digitalmente e successivamente stampato. Un flusso di coscienza a tutti glie effetti: i volti che noi vediamo sono la libera rappresentazione dei suoi pensieri, così come compaiono in lei, senza alcuna forma di riorganizzazione logica.
A livello concettuale il flusso di Marilina va di pari passo con la caratterizzazione del personaggio. È vero, sono personaggi inesistenti, ma non per questo essi non hanno caratterizzazione anzi, è proprio in essa che si manifesta la connessione empatica che fonda gli intenti di questa personale ricerca artistica. Prima l’artista e poi noi, una volta definito fisicamente il volto, ci caliamo in esso per formularne il carattere, il modo di parlare, il modo di agire, la sua storia. Dove, quando è nato? Che traumi ha vissuto? Come passava le giornate quando era piccolo? È sposato, ha figli? Ogni dettaglio può servire a creare spessore, a creargli un background.
Proviamo a definire questi volti, e lo facciamo interagendo attraverso i loro occhi: grandi, fissi, bianchi, quasi specchianti se abbiamo il coraggio di tenere lo sguardo senza abbassarlo. In quegli occhi proiettiamo noi stessi, ci diamo uno scopo, sveliamo le nostre contraddizioni, interagiamo tra noi e noi, prendendoci un momento per risolvere un inevitabile conflitto interiore, fondamentale per continuare a immedesimarci tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere.
«E a cosa serve parlare, se già sai che gli altri non provano ciò che provi tu?», scriveva Louise Bourgeois. Marilina Succo ci mette nella condizione di non dover parlare, perché non importa cosa proviamo ma perché lo stiamo provando. È un mutuo dialogo dello sguardo.
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