Alessandro Artini, Cold Outside. Instalaltion view, Doris Ghetta, Ortisei. Ph. Tiberio Sorvillo
Come si affondano le radici nel paesaggio alpino e nelle sue dimensioni immaginative, simboliche e percettive? Alessandro Artini propone il suo personale affondo nello spazio di Ortisei della Galleria Doris Ghetta – che in parallelo a Milano accoglie la ricerca di Shivangi Kalra.
Laureto in pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia, Artini ha sviluppato la sua pratica artistica all’interno dell’Atelier F sotto la guida di Carlo Di Raco, autore del testo curatoriale che accompagna la mostra. E, a proposito di mostra, quello che vediamo a Ortisei è una nuova serie di dipinti che riflette l’interesse dell’artista per la neve come superficie in costante trasformazione, un materiale che conserva ed erode, stratifica e scompare, offrendo una visione della montagna come ambiente mutevole e atmosferico piuttosto che come luogo fisso.
Artini, che sa sempre bilanciare riconoscibilità e astrazione attraverso un misurato gioco di densità materica e trasparenza luminosa, con l’occasione della mostra It’s Cold Outside – titolo che evoca sia l’atmosfera stagionale che la distanza emotiva che caratterizza la sua visione delle montagne – lascia che le opere, per quanto dirette in termini di immagine, rivelino una relazione stratificata tra percezione, memoria e distanza. Non ci troviamo mai di fronte a raffigurazioni di luoghi specifici, piuttosto stiamo al cospetto di ricostruzioni di paesaggi che nascono da ricordi, tracce culturali e motivi alpini familiari, che Artini utilizza consapevolmente per indagare il ruolo dell’immaginario collettivo.
È chiaro, di fronte a queste opere, che il giovane artista si dimostra ben capace nell’evitare la retorica ambientalista, concentrandosi invece sulla presenza dell’esperienza umana all’interno della scena naturale, in linea con una riflessione ispirata da Andrea Zanzotto.
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