Alfredo Romano. Installation view. Galleria Giorgio Persano, Torino
Nella sala più piccola della Galleria Persano, situata all’interno dello splendido cortile di Palazzo Scaglia di Verrua, è aperta al pubblico fino all’undici di marzo la mostra di Alfredo Romano (Siracusa, 1948).
Artista seguito dalla Galleria Persano fin dagli anni novanta, Alfredo Romano presenta un lavoro intenso e curartissimo nei dettagli. Siciliano di nascita, l’artista lavora sui temi della materia, della storia e del silenzio, anche nel senso storicamente e politicamente responsabile dell’omertà. Intrisa delle suggestioni storiche e sociali che provengono dal proprio territorio, l’arte di Romano si pone volutamente al crocevia di tendenze contemporanee e tracce di un antico passato, a cui si mescolando eterne e sempre presenti questioni esistenziali. Tese tra suono e silenzio, visibilità e invisibilità, le sue opere svelano il proprio senso mentre avvolgono un segreto che ha un sapore antico, forse addirittura primordiale.
Le opere in mostra da Persano per questa occasione ruotano soprattutto intorno al tema della materia e del suono. Il concetto è quello controintuitivo di un coprire che, anziché celare alla vista e alla conoscenza, rivela e, anzi, crea. La materia, esaltata nella sua sordità a rispondere di dantesca memoria, rivela così tutta la sua capacità evocativa.
Qui suono pare sorgere dai materiali stessi, scelti tra i più pesanti e coprenti: marmo, metallo, bitume. Grandi tele colorate ricoperte di ampie, volutamente disordinate campiture di lucido catrame, sembrano indicare il silenzio della materia e insieme la sua capacità di evocare mondi, nascondendo antichi segreti, in una sorta di linguaggio criptico che trascende la parola e impercettibilmente, ma inevitabilmente, scivola dal silenzio al suono.
L’installazione sonora posta al centro della sala, che raffigura una coppia di troni minimali collegati da un’asta metallica e scura posta di frammezzo, risuona della musica composta dal musicista Giuseppe Gavazza. Ma proprio come nelle opere a parete la materia che copre svela disegni e tratti prima invisibili, ecco che il suono, qui, non ha parole ed ironicamente appare come un parente stretto del silenzio. Altrettanto silenziosi sono, poi, i cilindri marmorei posti a parete nell’opera Senza Titolo del 1990. Sono cilindri esposti in orizzontale, l’uno accanto all’altro, al modo di antiche pergamene. Posizionati ordinatamente, a distanze calcolate, metodiche e regolari, i cilindri marmorei hanno tutto l’aspetto di antichi manoscritti, che sono però illeggibili, chiusi e silenziosi, anche loro, a conservare un persistente, forse insondabile segreto.
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