Gregor Schneider, Bauen und Töten, veduta della mostra, Fondazione Morra Greco, Napoli, 2024
Che memorie abbiamo dei luoghi in cui abitiamo e degli oggetti ci circondano? La casa è quell’immagine mentale universale che, idealmente, diventa il palcoscenico di una serie di ricordi di una vita destinati a cambiare nel tempo, col tempo. Nel 1985, l’artista tedesco Gregor Schneider decide di ricostruire, all’interno della casa in cui abita a Rheydt, in Germania, la dimora della propria infanzia. È l’inizio della sua ricerca d’intensità, come lui la chiama, che lo porterà nel 2001 a vincere il Leone d’oro alla Biennale di Venezia con l’opera Haus u r. La mostra Bauen und Töten, allestita tra il primo e il secondo piano della Fondazione Morra Greco di Napoli, nasce con un richiamo a quest’opera che sconvolse lo spazio del padiglione tedesco e che segna tutta la ricerca di Schneider.
Nel 2001, l’artista scopre che, poco distante dalla strada della Haus u r, si trovava la casa natale del primo ministro della propaganda del regime nazista. Da documenti comunali l’artista riesce a identificarla, nonostante si credeva distrutta dai bombardamenti, e decide di occuparla, compiendo atti di vita quotidiana visibili nei due video Essen (Eat) e Schlafen (Sleep), fino alla sua demolizione, nel 2014. Davanti ai video, una chiavetta USB è esposta come una scultura, quale testimonianza di una casa abbandonata da decenni, ma che era stata vissuta da Joseph Goebbels. Il supporto, oltre a contenere le planimetrie dell’edificio prima della demolizione, come visibile nei video Gebursthaus Goebbels ed Entkernung Geburtshaus, ha il compito di interrogare, ancora una volta, sul destino dei luoghi e degli oggetti che silenziosamente vivono nelle memorie personali e collettive.
La mostra prende il titolo da alcune fotografie documentarie di Buried (1984), performance in cui l’artista, all’alba, scava una buca in cui poi si cala, riempiendo la fossa col suo corpo in posizione fetale, per poi riportarla al suo stato originario. L’atto di fare e disfare, di costruire e distruggere, appunto Bauen und Töten, racconta il rapporto quotidiano con la morte, il bisogno di allontanarsi dalla realtà mediante certi rituali, a loro volta caratterizzati dallo sdoppiamento o svuotamento di strutture esistenti.
È del 2005, invece, la stanza proveniente dalla serie High Security Cell. Un ambiente antisettico che ricrea gli interni delle celle di massima sicurezza della prigione di Guantánamo. Proprio per la sua inaccessibilità, l’opera è il risultato dell’idea che Schneider riuscì a farsi delle celle, basandosi sulla documentazione non ufficiale reperita nel web.
L’installazione è come una capsula aliena dall’ambientazione kubrickiana che invita, individualmente, all’isolamento non solo fisico ma anche temporale, un tema centrale nelle opere dell’artista, che racconta il suo rapporto, quasi distopico, con la realtà.
Schneider era già stato invitato, nel 2006, dalla Fondazione napoletana con la mostra 26.11.2006, per cui aveva realizzato l’installazione 400 MT Black dead end, un labirinto sotterraneo che rievocava le catacombe partenopee, nel giorno della commemorazione dei morti, presente in mostra attraverso la documentazione fotografica del lungo labirinto oscuro in cui l’artista invitava ad addentrarsi.
Il percorso storico continua con il video Kolkata (2011) per la festa indù Durga Puja, per la quale Schneider realizza una grande installazione tra le strade di Calcutta: in quella occasione, una sezione della Haus u r viene posizionata in verticale per mancanza di spazio, diventando quasi un tempio pubblico in ascesa. Nella sala, sono presentate anche le statue della dea Durga, che durante la cerimonia religiosa vengono gettate nel fiume e che l’artista rielabora con scarti di fabbrica, bambù e paglia, simbolo di un processo vitale ciclico di creazione e distruzione.
In esposizione anche nove sculture della serie Golden Lion, in cui il famoso leone d’oro, simbolo del prestigioso premio ricevuto, è immortalato in posizioni e materiali diversi, con l’intento di aprire una questione sul significato reale di certi riconoscimenti.
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