Yasmeen Lari/Heritage Foundation of Pakistan, Community Centre, 2024. Installation view: 19th International Architecture Exhibition - La Biennale di Venezia. Photo: Giuseppe Miotto / Marco Cappelletti Studio
L’ospitalità —un concetto astratto, fatto in primis di persone e di gesti— si declina costantemente in architettura e in paesaggio urbano. È questo il punto di partenza da cui si sviluppa l’esposizione Beyti Beytak. My Home is Your Home. La mia casa è la tua casa, proposta dal Padiglione del Qatar in occasione della 19ma Mostra Internazionale di Architettura di Venezia.
Realizzata da Qatar Museums e organizzata dal futuro Art Mill Museum di Doha —di cui in mostra vediamo il progetto—, l’esposizione si divide tra le sale di ACP Palazzo Franchetti e i Giardini della Biennale, dove dal prossimo anno troverà spazio il padiglione permanente del Qatar, su progetto di Lina Ghotmeh: l’ultimo ad essere qui costruito dal 1996 —data della presentazione ufficiale del padiglione della Corea.
Proprio qui, nel cuore dei giardini, sorge ora una struttura temporanea, ma dalle implicazioni profonde: si tratta del cosiddetto Community Centre, progettato dall’architetta pakistana Yasmeen Lari, pioniera della “de-architettura”, ovvero di un’idea costruttiva fondata su sostenibilità radicale, tecniche vernacolari e impatto minimo. Lari —che lavora da anni con la Heritage Foundation of Pakistan, organizzazione da lei stessa co-fondata— ha ideato per il Qatar una splendida cupola realizzata in bambù e fronde di palma, ispirata alle strutture costruite per offrire rifugio alle vittime di terremoti e alluvioni in Pakistan. Si tratta, perciò, di uno spazio che, non solo nella forma, ma anche nella tecnica e nel contesto di origine, trova un imprendisicibile legame con il concetto di ospitalità e di apertura verso il prossimo.
Quest’attenzione per l’accoglienza si riflette anche negli eventi che qui si svolgeranno per tutta la durata della Biennale: una programmazione che mette al centro i gesti e i rituali dell’ospitalità, come la tradizionale offerta di datteri freschi e caffè, che con il loro profumo riempiono di corposità lo spazio del padiglione.
Queste riflessioni trovano continuazione e approfondimento presso ACP Palazzo Franchetti, dve si incontra la parte più sostanziosa della mostra. Qui, oltre 30 architetti provenienti dalle regioni del Medio Oriente, del Nord Africa e dell’Asia Meridionale —molti dei quali espongono per la prima volta alla Biennale— esplorano il concetto di appartenenza.
Curata da Aurélien Lemonier e Sean Anderson, l’esposizione si articola in diverse sezioni: la rivisitazione delle oasi come spazi di crescita urbana, gli alloggi delle grandi città, i centri comunitari, le moschee e i giardini. Nel loro insieme, che si tratti di imponenti luoghi di culto o di umili tappeti intrecciati, i progetti analizzati dimostrano come le comunità partecipino attivamente alla costruzione degli spazi che abitano, come una sorta di estensione fisica delle sfere della socialità e della cultura.
Come, infatti, sottolinea Anderson: « Mentre assistiamo alle trasformazioni del pianeta, rispecchiate nell’impulso della tecnologia verso un futuro al tempo stesso più collettivo ma frammentato, Beyti Beytak rappresenta il modo in cui architetti e designer hanno immaginato come ci riuniamo, i luoghi dove riflettiamo, e cosa proviamo con e per gli altri».
L’emozione, lo stare insieme, l’empatia diventano dunque parametri architettonici. E questo non è un dettaglio: in un’epoca in cui la crisi ambientale, la migrazione, la guerra e le diseguaglianze ridefiniscono la nozione stessa di “casa”, ripensare l’architettura come un luogo della relazione (e non solo dell’abitare) è un atto più che necessario.
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