Categorie: Mostre

La musica della mente: Yoko Ono protagonista a Berlino

di - 25 Agosto 2025

A Berlino sembrerebbe davvero essere l’estate di Yoko Ono (Tokyo, 1933). Ce lo dicono gli eventi che costellano la capitale tedesca: l’esposizione YOKO ONO: DREAM TOGETHER nell’avanguardista architettura della Neue Nationalgalerie; il lavoro TOUCH realizzato in collaborazione con la Neuer Berliner Kunstverein che prende spazio su un ampio cartellone pubblicitario all’intersezione tra Friedrichstraße e Torstraße; la retrospettiva YOKO ONO: MUSIC OF THE MIND, al primo piano del Gropius Bau.

Il suono, il tatto, l’immaginazione che diventa opera d’arte, flussi mentali e lo scorrere del tempo, la continua lotta contro la guerra e la violenza: tutti i cardini del pensiero e della ricerca artistica di Ono emergono nel progetto site-specific e nelle due esposizioni, dimostrando come la sua arte, a distanza di decenni, rimanga attuale.

La retrospettiva organizzata al Gropius Bau, in particolare, prende il nome da una serie di eventi e concerti realizzati tra il 1966 e il 1967, che l’artista racconta così: «L’unico suono che esiste per me è il suono della mente. Le mie opere servono solo a indurre la musica della mente nelle persone… Nel mondo della mente, le cose si espandono e vanno oltre il tempo».

YOKO ONO: DREAM TOGETHER, Exhibition view, Neue Nationalgalerie, 2025, Artwork: ©Yoko Ono, Foto: © Nationalgalerie – Staatliche Museen zu Berlin / David von Becker

Arte, perciò, nata e sviluppata nella mente: questo il punto fondamentale di tutta la produzione di Yoko Ono, che a soli dodici anni si ritrova a scappare con la famiglia dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Proprio attraverso il sogno e la visualizzazione, in quegli anni, lei e il fratello Keisuke fuggono da una situazione drammatica: i due fantasticano su pietanze saporite e, a distanza di anni, Ono guarda a questi menu immaginari come alle sue prime, vere opere d’arte.

In quest’aspetto della sua sfaccettata produzione, il visitatore del Gropius Bau si scontra fin dall’inizio del percorso espositivo. Attraverso una serie di minute frasi riportate sui muri bianchi della prima sala della mostra, Ono ci invita infatti a immaginare una stanza blu, una stanza che contiene il cielo, una stanza che evapora pian piano.

Molte, poi, la sue famose istruzioni riportate in mostra: indicazioni che possono essere completate da chiunque lo voglia, talvolta fisicamente, più spesso solo con l’uso della mente. Si tratta di una sorta di poesia che solletica la nostra interiorità, che ci spinge a concludere il lavoro al posto di —e in collaborazione con— l’artista.

Yoko Ono installing Cleaning Piece, at Yoko Ono: EN TRANCE – EX IT, Lonja del Pescado, Alicante, Spain, 1997, Photo: Miguel Angel Valero

Altro elemento fondante della sua ricerca è infatti il coinvolgimento del pubblico, al quale è riservato sempre un ruolo attivo. Stringersi la mano attraverso una tela forata, piantare chiodi per creare un quadro, giocare con una scacchiera dai pezzi completamente bianchi: sono tutte azioni che veniamo invitati, anche in mostra, a portare avanti concretamente.

Quest’ultimo pezzo, il White Chess Set, che rapidamente diventa impraticabile e privo di conflitto, mette in risalto anche un altro aspetto essenziale nell’opera della giapponese: l’opposizione ad ogni forma di scontro e violenza. Esempio di ciò è anche la potente installazione Colour (Refugee Boat), ideata nel 2016 in risposta alle migliaia di morti di rifugiati avvenute in mare. L’intera stanza e la barca che vi troneggia diventano un foglio bianco su cui il visitatore può lasciare, con un pennarello blu, i propri pensieri e le proprie speranze per il futuro. Un principio simile governa i Wish Tree, collocati nell’atrio del Gropius Bau: da lontano sembrano fioriture, da vicino sono desideri, scritti su cartoncini bianchi e appesi da sconosciuti.

Conclude la mostra il pezzo sonoro Will I: accompagnata dal ritmo costante di un metronomo, Ono riflette sul futuro: «Mi mancherà l’oceano? Mi mancherà il tatto? Mi mancherà l’amore?». Di nuovo, Ono ci chiede di fare uno sforzo mentale: immaginare ciò che resta quando non c’è più nulla. Ed è forse solo allora che Ono giungerà veramente a sfiorare la sostanza della sua arte, fatta non di oggetti ma di puro sentimento.

Yoko Ono and John Lennon, WAR IS OVER! IF YOU WANT IT, 1969. Berlin, Germany, Photo: Erich Thomas

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