my emptiness, 2025, sectioned walls, excavated pipes, bathtub. Dimensions variable. I have to tell you my dream before I wake up too much, 2018-2024, acrylic, oil, canvas, 100 x 70 cm
Nel catalogo realizzato per la nuova esposizione della Nicoletta Fiorucci Foundation a Venezia vi è una splendida intervista tra il curatore Hans Ulrich Obrist e l’artista Tolia Astakhishvili. Dal loro dialogo emerge presto non solo un rapporto estremamente intimo, ma anche tutta una serie di titoli che i due prendono in considerazione per la mostra: Singing Out of Doors; The Words Are Made in the Belly, Not in the Mouth… tra questi vi è anche Endless House, un riferimento al famoso progetto di Frederick Kiesler. Quest’ultimo immaginava una casa che funzionasse un po’ come un organo, un grande stomaco, un luogo incantato dove tutto ciò che entra viene digerito, trasformato, assimilato.
Il titolo prescelto, To love and devour, si ferma poco prima dello stomaco: è un riferimento ad una bocca aperta, che inghiotte e divora come gesto d’amore. E proprio così si può concepire l’approccio installativo dell’artista georgiana all’edificio al numero 2829 di Dorsoduro.
Di costruzione quattrocentesca, l’immobile è stato a lungo lo studio del pittore Ettore Tito e, per l’esposizione della Astakhishvili, esso è stato modificato e livello strutturale, secondo l’approccio tipico dell’artista, che potremmo definire d’intervento totale. Nuove pareti dove prima non c’erano, spazi vuoti dove i muri dividevano lo spazio, un bagno ampliato che diventa parte del percorso espositivo e tutta una serie di specchi ad amplificare lo spazio: l’edificio, con la progettazione della Astakhishvili diventa un diaframma che si allarga e che si contrae.
È quello che potremmo definire il primo strato del lavoro portato avanti alla Nicoletta Fiorucci Foundation: uno sconvolgimento degli spazi (dove l’artista ha vissuto nei primi mesi del 2025), a cui segue poi un processo di “riempimento”. Fotografie, dipinti, frasi scritte a penna sui muri e sui pavimenti, e disegni allestiti in modo da nascondersi (quasi) allo sguardo: la Astakhishvili lascia dietro di sé un vero e proprio universo di simboli, segni della sua presenza e, al tempo stesso, della sua assenza. Sono tracce discrete, un inventario emotivo.
Nella performance tenutasi in occasione dell’apertura della mostra, l’artista ha recitato: «Tutti sanno che vivere significa accumulare cose» e, si potrebbe aggiungere, lasciarle dietro di sé come traccia del proprio passaggio. Questa dimensione quasi spettrale si collega ad un immaginario folkloristico che l’ha sempre accompagnata, a un’ossessione per la magia e per le streghe che nasce da un sogno: «Quando ero piccola» racconta «facevo un sogno ricorrente. C’era una strega con un registratore, e con quel registratore riusciva a uccidere i bambini. Così imparai il trucco di saltare da una montagna, per svegliarmi».
Vi è poi un terzo imprescindibile passaggio all’installazione di To love and devour, ovvero il lavoro corale e collettivo, con tutta una serie di artisti invitati dall’artista ad apportare il proprio contributo: Ketuta Alexi-Meskhishvili, Zurab Astakhishvili, Thea Djordjadze, Heike Gallmeier, Rafik Greiss, Dylan Peirce, James Richards e Maka Sanadze.
Taste (snoring and the sound of pigeons), di Dylan Peirce, ad esempio, è un ampia sezione di cartongesso in cui sono rimasti intrappolati coltelli, cucchiai e forchette d’argento. Ancora una volta, dunque, gli oggetti rimasti indietro, nei luoghi e nei materiali di costruzione, diventano testimonianza di ciò che è stato, ciò che avrebbe potuto essere e ciò che è.
L’intero gesto installativo di Astakhishvili, perciò, agisce come un’operazione anatomica: disseziona l’architettura, ne espone le interiora, la carica di una sensibilità magica. Come accade in certe case abitate dai fantasmi, ciò che è stato continua a vivere, ciò che non si vede lascia la propria impronta. Si tratta di un lento atto digestivo, un processo amoroso e insieme predatorio, in cui la casa e l’opera coincidono, e, infine, si divorano a vicenda.
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