Dario Neira, FRAGILE (skinscape), 2023, mixed media, collage on cardboard, courtesy galleria metroquadro
È un paesaggio immenso, da percorrere, leggere, interpretare. Uno specchio in cui osservarsi e riconoscere l’umanità come simile a se stessi, al di là degli stereotipi. È la pelle e a questo punto di contatto tra il dentro e il fuori, a questa area di compresenza tra l’essere e l’altro, è dedicata la ricerca di Dario Neira, in mostra fino all’11 marzo 2023, negli spazi di Metroquadro arte contemporanea, a Torino. A cura di Olga Gambari, l’esposizione presenta una serie di opere, in cui le epidermidi di uomini e donne di ogni età e provenienza sembrano formare un ritratto unico.
Nato nel 1963, Dario Neira ha incentrato il suo lavoro sull’uso del linguaggio, attraverso la messa a punto di parole e frasi che indagano l’essere umano e i suoi stati d’animo, lasciando confluire l’arte, la scienza e il sacro. In questo senso, significativo è l’impiego delle biotecnologie, un mezzo di espressione funzionale alla diffusione del messaggio.
«Per Dario Neira l’umanità è un grande e continuo skin scape, come lui lo definisce, un paesaggio irregolare e metamorfico, assemblato con un mosaico di pelli che nascono e vivono, vicine e lontane, ciascuna una parte per il tutto di ciò che noi siamo come specie», spiega Gambari nel testo che introduce la mostra di Neira da Metroquadro. «Uno skin scape che traduce la sua visione del mondo, il suo occhio che si è educato nella pratica della medicina, dove, sotto abiti, acconciature e orpelli, l’uomo, la donna, sono nudi, sono corpi. Rivestiti di pelle. Che respirano e si manifestano attraverso la pelle. E per un medico la pelle diventa un terreno di indagine, rivelazione», continua Gambari, facendo riferimento alla pratica dell’artista, che si immerge tra le immagini fotografiche di silhouette «Trovate nella fabbrica di corpi che è l’iconografica mass mediatica, precisamente nella carta stampata di servizi e pubblicità sulle riviste, luogo di consumo cannibale di figure, stereotipi, mode e modelli, di umanità. Un moloch che omologa, stravolge e disumanizza».
«Un corpo, dei corpi, di cui Dario Neira a un certo punto ha sentito anche la voce, la necessità di dargli la parola. Carne e logos, questo è l’uomo. Lo è stato anche Cristo. Il logos che crea e distrugge, il verbo rivelato che prende forma nella carnalità terrena e la eleva. Le parole scelte da Neira sono icone nude, dal valore simbolico universale, parole comuni, come sick, courage, me and you, flesh, word, fear, fragile. Appartengono a tutte e tutti. Insieme, scritte e pronunciate, raccontano storie, sono vite reali e immaginarie, quelle accadute, quelle in corso, quelle che verranno, quelle mancate, sognate, perdute. Le nostre, comunque».
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