Michael E. Smith, CC, a cura di Simone Menegoi e Tommaso Pasquali, Palazzo Bentivoglio, Bologna, 2025 ph. Carlo Favero
C’è una chiave teorica particolarmente fertile per entrare in CC di Michael E. Smith a Palazzo Bentivoglio, ed è quella indicata da Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura di Francesco Orlando. Nel suo saggio, Orlando individua negli oggetti marginali, obsoleti, fuori uso o sospesi tra funzione e abbandono una straordinaria capacità di condensare tempo, memoria e inconscio: cose apparentemente mute che, proprio perché sottratte all’efficienza, diventano cariche di senso.
È esattamente in questa zona ambigua – tra residuo e presenza, tra uso e attesa – che si colloca questa mostra di Smith, curata da Simone Menegoi e Tommaso Pasquali. Un percorso che parte già dal cortile e si snoda nei sotterranei di Palazzo Bentivoglio in cui l’artista americano costruisce un itinerario a tratti non semplice anche nella fruizione. Gli oggetti che incontriamo non reclamano attenzione: la insinuano. Palloncini pieni d’acqua dentro un mastello di plastica, visori per la realtà virtuale resi inservibili, indumenti, canestri, lampade, strumenti tecnici, chitarre giocattolo quasi nascoste. Cose seriali, povere, spesso nuove, talvolta ancora imballate. Non rovine, non reliquie, ma oggetti prima dell’uso o dopo il senso, colti in una sospensione che li rende inquietanti.
Se per Orlando l’oggetto desueto è ciò che ritorna come sintomo – portatore di un passato che non passa – Smith lavora su un presente che nasce già come scarto. Le sue opere non raccontano la nostalgia dell’uso perduto, bensì la fragilità simbolica della merce contemporanea: oggetti che non hanno ancora accumulato storia e che proprio per questo appaiono vuoti, intercambiabili, quasi anonimi. È un’archeologia del presente, dove il tempo non stratifica ma evapora.
Il percorso espositivo amplifica questa condizione. La mostra non si limita a occupare i sotterranei: li trasforma in un dispositivo percettivo. La luce è rarefatta, discontinua; i passaggi sono bassi e a volte nel buio: lo sguardo è costretto a rallentare, a cercare. Smith sovverte consapevolmente il paradigma del white cube, sostituendo alla trasparenza museale un’esperienza di incertezza. Come negli spazi descritti da Orlando, anche qui l’oggetto non si offre frontalmente: si scopre di lato, ai margini, spesso quando sembra non esserci nulla da vedere.
Alcune opere introducono una dimensione narrativa sottile, quasi sarcastica. I visori di Untitled alludono al narcisismo digitale e all’ossessione per l’immagine di sé; bricks in my pillow (Laura Dukes) oscilla tra letto disfatto e corpo smembrato da cartoon, tenendo insieme tenerezza e perturbante: è una grande installazione sperimentata per la prima volta dall’artista. Altro punto focale della mostra è il pallone da basket appeso rasoterra che evoca una testa umana, trasformando un oggetto ludico in una presenza vulnerabile, quasi un autoritratto surreale dello stesso artista. È una poetica dell’anti-eroico, dove ogni possibile pathos viene immediatamente sabotato.
La musica – folk, blues, jazz – citata nei titoli, agisce come principio strutturale più che come riferimento tematico: improvvisazione, variazione, pause, silenzi. Anche qui il parallelismo con Orlando è evidente: come nella letteratura, l’oggetto diventa un motivo che ritorna, si trasforma, cambia di statuto a seconda del contesto.
Il momento conclusivo della mostra, hello walls demo, chiarisce ulteriormente questa tensione. I cristalli di selenite, materiale legato alla storia muraria di Bologna, diffondono la luce laser come fibre ottiche, mettendo in dialogo archeologia e tecnologia, materia geologica e immaterialità digitale. Lo spazio quasi vuoto non è una sottrazione, ma una rivelazione: l’architettura stessa diventa oggetto, corpo, memoria attiva.
In CC lo spettatore è chiamato a un esercizio di attenzione che ha qualcosa di etico oltre che estetico. “See see”, come suggerisce la pronuncia del titolo: guarda meglio, guarda due volte. Smith non chiede di interpretare, ma di sostare. Come negli oggetti desueti di Orlando, ciò che conta non è ciò che le cose sono, ma ciò che trattengono: un tempo inespresso, una funzione mancata, una promessa che non si compie.
Ne risulta una mostra asciutta, radicale, profondamente coerente con lo spazio che la ospita. Un’esperienza che trasforma il quotidiano e il marginale in strumenti critici, e che restituisce all’oggetto – anche al più insignificante – la capacità di abitare e resistere oltre il tempo.
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