Forma persa, Installation view, ph. Francecsco Piva
Per Agostino Bergamaschi (Milano, 1990), l’arte si configura come una finestra privilegiata, attraverso la quale è possibile ammirare il continuo contrarsi ed espandersi del tempo. Ma l’arte, per lui, è anche un modo per cogliere e cristallizare, in questo continuo fluire, un momento preciso e irripetibile, che altrimenti sfuggirebbe al nostro sguardo. Ne sono un chiaro esempio i suoi nuovi lavori, ospitati fino al prossimo 16 novembre a Venezia, nella piccola – o meglio, intima – e suggestiva personale Forma persa presso Marina Bastianello Gallery.
In questa esposizione, tutto ruota attorno al concetto di calco, inteso come pratica capace di incapsulare e riprodurre una particolare forma ed un particolare momento.
A loro modo, infatti, sono calchi i rayogrammi di Bergamaschi: queste stampe a contatto catturano il passaggio dell’acqua sulla carta fotografica, lasciando impresso non solo l’immagine della forma-matrice, ma anche il suo processo di trasformazione, come un’impronta che racconta il movimento del tempo stesso.
Ma sono calchi anche le sculture presentate in mostra: frammenti di un corpo scomposto che si distribuiscono nello spazio. Realizzati in bronzo patinato, con un colore che ricorda la leggerezza del gesso, questi involucri congelano una transizione in atto. Sono braccia, busti e gambe, ma al tempo stesso sono gusci colmi di un vuoto generativo. Ci parlano di ciò che è assente, di ciò che rimane e, soprattutto, di un processo che diventa in sé stesso opera d’arte.
Il Senza titolo del 2022, che accompagna e completa il corpus di questi nuovi lavori, rappresenta un ulteriore esempio della capacità dell’artista di utilizzare materiali diversi per esplorare la dialettica tra tempo e forma. Si tratta di un prezioso marmo di Candoglia, celebre per essere lo stesso impiegato nella costruzione del Duomo di Milano, su cui l’artista cola del bronzo fuso, che, successivamente, viene patinato. Si crea, così, un raffinato dialogo tra materiale metallico e minerale, con le increspature bronzee che vanno a rincorrere le venature della pietra.
Anche in questo lavoro, seppur con un approccio diverso, Bergamaschi ci invita a riflettere sul processo del fare arte. L’azione dell’artista – il versare, il modellare, il patinare – diventa parte integrante dell’opera, rendendo visibile il percorso creativo attraverso cui la materia si trasforma in forma. Qui, i materiali stessi, con le loro qualità fisiche, non sono semplicemente mezzo, ma bensì opera compiuta. Il risultato è una scultura che non solo cattura un momento, ma lo prolunga, facendo sì che l’atto creativo continui a vibrare nello spazio e nel tempo.
Scrive Luca Maffeo, nel testo critico che accompagna l’esposizione: « Cosa raccontano, allora, le opere di Agostino Bergamaschi se non la compiutezza di un istante? Da dove sorgono se non dall’esperienza e dal quotidiano? Cosa narra la scultura se non lo stato di una forma che prende consapevolezza di sé? Che si muove e si esprime nell’intuizione di una forma-matrice, inizio e fine el suo agire artistico? ».
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