Richard Marquis, America Acid Capsule, 1966
Entrando nella galleria di Caterina Tognon, respiri subito unâatmosfera che arriva prima della focalizzazione dei lavori, predisponendoti in un istante a una visione che solletica il tuo desiderio di conoscenza. Sulla sinistra, una grande scaffalatura piena di cataloghi fa intravedere gli spazi di lavoro e, mentre giri lo sguardo intorno a te, per capire come direzionare i tuoi passi, ti accorgi di essere giĂ circondato da alcune opere che, sapientemente, danno la cifra della mostra. La sala espositiva verrĂ dopo ma, in qualche modo, senti giĂ di aver capito.
Sei nella storia, nella storia del vetro. Non sei in una vetrina, peccato veniale che accompagna tanta dellâarte muranese, ma ti senti catapultato in un centro studi in stile nordico. Qui quello che accade è una mostra satellite di âVenezia e lo Studio Glass Americanoâ alle Stanze del Vetro, una personale di Richard Marquis, artista americano appunto rappresentato in Europa da Caterina Tognon giĂ dal 1998.
Marquis è una delle anime principali ad aver fondato lo Studio Glass americano, a lui è attualmente dedicata âKeepersâ, una grande retrospettiva ospitata dal Museum of Glass di Tacoma, WA, Usa. Tutto a partire dallâesperienza diretta fatta a fine anni Sessanta in unâisola di Murano di certo molto meno coinvolta dai movimenti pacifisti e libertari che stavano attraversando gli Stati Uniti dellâepoca. Qui nasce uno dei pezzi che accolgono lo spettatore appena entrato in galleria, la American Acid Capsule, una pillola con i colori della bandiera americana in scala 10:1, finemente conservata allâinterno di unâelegante bustina di stoffa. Inizia un percorso che lega Marquis al vetro, traghettandolo dalla ceramica a questo materiale che continuerĂ a coltivare per lâintera vita, anche e soprattutto dopo essere tornato in America.
I fili che legano lâisola di Murano agli Stati Uniti sono fittissimi, il percorso che Marquis inizia qui però è davvero destinato a lasciare il segno e soprattutto a configurare uno stile personalissimo fatto di grandissima abilitĂ tecnica e di stupefacente ironia. Cerca lâasimmetria quando gli altri soffiatori darebbero tutto per riuscire ad abbandonarla. Dissacra la purezza del materiale unendolo a object trouve che colleziona con insaziabile pervicacia. Trasforma la murrina in un elemento foriero di mille patterns che nulla hanno a che fare con la tradizione veneziana ma che riescono, invece, a proiettare il vetro allâinterno di unâestetica quasi pop, fatta di colori opachi, straniamenti e deviazioni di percorso.
Notevoli i pezzi in mostra, dalle teche contenti murrine e filigrane alle opere sormontate da oggetti ready made che ne travalicano la perfezione sgargiante. Saltano allâocchio lâuso del vetro pasta, la minuzia nella decorazione, lâutilizzo di frammenti come se fossero cellule che vanno a costituire un organismo complesso. Sono pezzi da cui emana il coraggio di mescolare e confondere categorie in molti casi contrapposte tra il concettuale e il manuale, tra ciò che ambisce a essere unico e prezioso e la produzione seriale.
In una Glass Week che offre centinaia di proposte disparate, qui emergono una preparazione curatoriale e una consapevolezza espositiva degne di nota, proprie di chi da sempre dedica a questo materiale una ricerca attenta e minuziosa.
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