Mataro da Vergato, Anelleros emerald, Intervento digitale su immagini digitali di corpi, 2017
Kαλὸς καὶ ἀγαθός (kalòs kai agathòs). Bello e buono. Per i greci questa endiadi indicava la stretta simbiosi tra la bellezza del corpo e la forza d’animo. L’opera di Mataro da Vergato è proprio un’ode al corpo, alla bellezza e ai significati che esso porta con sé. Scandaloso, addirittura blasfemo, il corpo si fa mattoncino, elemento architettonico, unità compositiva, e la sua ripetizione forma simboli regali o ecclesiastici.
Stefano Armati, in arte Mataro da Vergato, legato da sempre alla città di Bologna e a nomi quali Rudolf Nureyev, Eva Robin’s, Andrea Pazienza e Pier Vittorio Tondelli, è un artista poliedrico come lo erano gli artisti nel Rinascimento: è teatrante, musico, danzatore classico, artista, coreografo, regista, modello e chissà quanto altro.
L’antichità classica, già richiamata dal titolo della mostra – Corpus Anima Mundi – curata da Eleonora Frattarolo e visitabile fino al 21 marzo negli spazi di the room, rimbalza in ogni stanza, in un continuo altalenare tra principio maschile e principio femminile. Esibiti o dissimulati sono i corpi: quelli atletici maschili, Discoboli del ventunesimo secolo, e quelli delle novelle Veneri, Madonne moderne che si fanno carico di squilibri di cura, lividi e mondezza. Si fa ritorno a una purezza bucolica ma ci si ritorna corrotti, dopo l’inesorabile perdita dell’innocenza, macchiati di tutto ciò che di sporco l’essere umano ha creato.
Esposto qui in anteprima è il trittico con La Venere violata, La source malade e il Martirio del mare. E ancora più ci fa riflettere la furia misogina sulla Venere di Botticelli, in queste settimane in cui si trova a rischio la legge sul consenso, in attesa dell’approvazione di una modifica del testo che vedrebbe il reato di violenza sessuale non più come un atto compiuto «Senza il consenso libero e attuale» della persona, ma come compiuto «Contro la volontà della persona». In altre parole, si passa a un modello di reato di violenza sessuale improntato su una problematica espressione del dissenso anziché su quella del consenso.
Dalla Venere botticelliana passiamo alla fanciulla della Sorgente di Ingres, circondata dai rifiuti, fino a figure di reminiscenza dantesca. Una rete di citazioni iconografiche colte, quindi, che affondano le radici nell’antichità e nella storia della pittura che va dal Quattrocento all’Ottocento. Ma anche una modernità di mezzi, dove la luce si fa espressione, contrasto, in una pittura digitale che contemporaneamente ci parla di ieri e di oggi.
Nell’ambito della mostra, il 6 marzo presso the rooom ci sarà una conversazione della curatrice con Syusy Blady, Roberto Grandi e William Piana sulla Bologna degli esplosivi anni Settanta e i suoi protagonisti.
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