Tomoko Nagao, Salome with blue flowers (2020; olio su tela, 80 x 90 cm)
Una notevole parte della produzione artistica proveniente da altri luoghi del mondo considerati “esotici” ha in più modi plasmato il linguaggio visivo occidentale. Restando impressa nella memoria degli artisti che l’hanno vista e rielaborata, usata, abusata, oppure, addirittura, insinuandosi nell’ambito del collezionismo, nella raccolta di stampe soprattutto ma anche di oggetti, fotografie, chincaglierie varie. È il caso del Giappone ed è ben noto quanto sia profondo l’influsso che, dall’800 in poi, questo Paese ha esercitato nel mondo dell’arte e della cultura. Sia in artisti come Van Gogh e gli Impressionisti, che in collezionisti come Acton o Stibbert, che andavano a caccia di ventagli, ceramiche e molto altro.
Ma che traccia ancora oggi rimane e come si declina l’arte dei contemporanei giapponesi? A Carrara, curata da Nicola Ricci e Federico Giannini, una mostra titolata, “The Red Dot”, ha provato a farne il punto, o meglio, l’incunabolo, il consuntivo di una indagine che può iniziare da qui, con circa 40 opere di 15 artiste e artisti. Alcuni di loro si sono confrontati anche con il marmo delle sue cave e in uno spazio misto, contraddistinto sia da stanze storiche che da spazi neutri.
In mostra, visitabile per qualche settimana ancora, si sviluppano i temi tipici della cultura giapponese, con la combinazione perfetta tra i suoi opposti, il pieno e il vuoto, lo yin e lo yang messi in parallelo alle tematiche più aggiornate, per esempio con quella del concetto di “super flat”, ovvero della tendenza a una cultura della bidimensionalità che sembra distinguere la contemporaneità del Giappone. Si tratta, nel caso dell’arte, del “coraggio dell’incursione”, come direbbe Salvatore Settis: «Tra antico e contemporaneo c’è una perpetua tensione che continuamente si riarticola nel fluire dei linguaggi critici e del gusto» (Incursioni. Arte contemporanea e tradizione, Feltrinelli, 2021).
C’è infatti una enorme cifra di temerarietà ma mai eccessiva, nei lavori presentati a Carrara, persino superando il terrore dello spazio, dal momento che l’esposizione, visitabile fino al 26 giugno presso Votre Spazi Contemporanei, ha sede al piano nobile di Palazzo del Medico, uno dei gioielli tardobarocchi del ‘700 carrarese.
Esemplari, tra gli altri i lavori, quelli di Kudo, “Misurare lo sforzo”, di Sugiyama, che ha presentato “Santuario”, un’opera realizzata in parte con il marmo di Carrara, di Saheki, con “Sodanshikiri”, che riprende il tema della femminilità, una questione scottante del Paese, di Nagao, con “Salomè” in versione manga pop, e di Takahashi, che ha ripreso con il suo “Uovo” i moduli non solo della tradizione del suo Paese d’origine ma anche di quella italiana. La sua opera ci ricorda la frattura del bronzo di Arnaldo Pomodoro nel Cortile del Belvedere dei Musei Vaticani.
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