Sven Sachsalber © Tiberio Sorvillo
«Disegnare era importante per lui, sulla carta i suoi mondi si congiungevano: la casa della nonna a Laudes accanto al Guggenheim di New York – su uno stesso medesimo foglio» così Marion Piffer Damiani, presidente di Museion, descrive un tratto caratterizzante dell’artista Sven Sachsalber, quel suo sapersi muovere, collegare e appropriarsi dei mondi geografici e culturali più diversi, dai grattacieli della grande mela e ai campanili dell’aspra Val Venosta in Alto Adige, in cui era nato nel 1987. Quella di Sachsalber è una storia che per molti aspetti ha un che di novecentesco, da romanzo di formazione: il talento geniale, il rapporto complesso con la famiglia d’origine, gli studi al Royal College of Art di Londra e l’affrancamento dalla provincia, la fuga oltreoceano. E poi l’ossessione di farcela, di entrare nel sistema dell’arte, nell’empireo dei grandi artisti che studiava e ammirava ardentemente. Ex sciatore di talento, Sachsalber amava le sfide e amava mettersi alla prova, anche fisicamente, fino a toccare il limite. Non a caso è diventato celebre per le sue performance poetiche, estreme, come in Needle in a Haystack al Palais de Tokio nel 2014, in cui si era imposto di trovare letteralmente un ago in un pagliaio in 48 ore o Curon, in cui si era obbligato a circumnavigare per 24 ore, in una barca a remi e con la sola forza delle braccia, il campanile del Lago di Resia. Ma quella di Sachsalber è anche una storia tragica, di una morte prematura, a soli 33 anni, un giorno di dicembre del 2020 a Vienna.
A cinque anni dalla scomparsa dell’artista il Museion di Bolzano presenta Sven Sachsalber. Mappare una pratica artistica: un progetto di ricerca di Museion (Museion Passage, fino al primo febbraio 2026). La mostra non si propone come una personale, ma come la restituzione fisica e visuale di un progetto di ricerca avviato nel 2021 e conclusosi nel 2025, che ha cercato di ricostruire, inventariare e mappare l’opera di Sachsalber e che ha prodotto, tra l’altro, un archivio digitale online (https://www.museion.it/it/sven-sachsalber-research-project) che raccoglie oltre 350 opere dell’artista. È parte del progetto anche una pubblicazione riepilogativa della ricerca e un’edizione grafica, omaggio dell’amico artista e mentore Othmar Prenner. L’indagine, promossa da Museion e dalla Provincia di Bolzano, è stata realizzata in collaborazione con la famiglia di Sachsalber e condotta da Simone Mair e Lisa Mazza di BAU – Istituto per l’arte contemporanea e l’ecologia, che hanno anche curato la mostra.
«Come Museion ci siamo sentiti responsabili del lascito di Sven Sachsalber, inteso non solo come eredità fisica, ma anche come patrimonio culturale immateriale, fatto di legami e relazioni. Volevamo mappare, quasi “congelare” questo patrimonio prima che andasse disperso» premette Elena Bini, Responsabile collezione – archivio di Museion. L’istituzione altoatesina, pur avendo accompagnato il percorso di Sachsalber, non ne custodisce infatti il lascito, che è sparso tra l’Europa e gli stati Uniti, nella casa della famiglia e tra i collezionisti privati. In questo senso, la ricerca si colloca nel delicato equilibrio tra la distanza della prospettiva scientifica e istituzionale e la confidenza dell’amicizia personale. In effetti tutto parla di relazioni nella mostra a Museion, in cui prende forma una memoria biografica, artistica e umana di legami. “Aveva una capacità incredibile di tessere relazioni e di far sentire ogni legame, unico, speciale”, ci dice Lisa Mazza di BAU.
Tappe biografiche, luoghi di vita e lavoro di Sachsalber sono restituiti in mostra una imponente linea temporale a parete. A fare da bussola concettuale cinque filoni tematici – art, body, time, books, home, friendship – emersi da oltre trenta colloqui con amici e amiche, colleghi e colleghe, collaboratori e collaboratrici dell’artista. Tra i tanti personaggi non manca Rudolf Stingel, a cui Sachsalber aveva chiesto aiuto per inserirsi nella scena artistica newyorkese. Un’installazione di monitor a parete riporta alcuni estratti dalle interviste: si materializza così un ritratto a più voci di Sachsalber, frammentato, ma caldo, presente. I legami, la logica artistica e persino alcune caratteristiche fisiche di Sachsalber sono inoltre rievocati anche in maniera sottile nel raffinato allestimento di Claudia Polizzi.
Una presenza importante in mostra sono i libri d’artista, in cui si manifesta immediatamente tutta l’ironia pungente e iconoclasta di Sachsalber, quel suo acuto palleggio concettuale con i riferimenti iconografici dell’immaginario tradizionale alpino e del mondo dello sci – come in Swiss Cheese 1992-1998 l’esilarante libro sulle tute da sci della nazionale svizzera. In No Drawing No Cry Sachsalber interviene, invece, su un’edizione originale di Kippenberger: del resto, tradire la tradizione della storia dell’arte era quello che Sachsalber rispettava, come ricorda Emanuele Guidi in un’intervista in mostra.
Il percorso ospita un’unica opera originale, Max und Moritz (2019), serie di disegni incompiuta nata dalla collaborazione tra Sachsalber e Raymond Pettibon. I fogli pendono dal soffitto e attraversano lo spazio, sono una presenza narrativa ed evocatrice, ancora una volta, di relazioni tra arte e vita e di aneddoti (apprendiamo, ad esempio, che i due artisti trascorrevano interi pomeriggi a guardare insieme il Tour de France.) Ma nei due birbanti protagonisti della storia per ragazzi di Wilhelm Busch Sachsalber vedeva anche degli alter ego, come lo erano anche altri personaggi “pel di carota” del suo universo creativo, ad esempio Pippi Calzelunghe o il folletto Pumuckl: tutti irriverenti, geniali e fuori dalle righe, ma a cui è difficile non voler bene.
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