Latifa Echakhch, The After, 2020, installation view, kaufmann repetto, Milan, courtesy of the artist and kaufmann repetto Milano / New York, Photo: Andrea Rossetti
Si sono spenti il sole, i riflettori e gli amplificatori. L’oscurità permea i muri, il pavimento e lo spazio circostante. La percentuale di cortisolo nel sangue, ormone responsabile dello stato di euforia, onnipotenza e grande energia, sembra essere diminuita drasticamente. L’effetto percepito è un contrasto emotivo simile alla malinconia definito post-event blues, secondo il quale tendiamo a valutare la nostra quotidianità paragonandola a momenti passati particolarmente esaltanti.
Grazie all’intervento di Latifa Echakhch all’interno degli spazi espositivi di Kaufmann Repetto sono rimaste le macerie di un post-evento a cui nessuno ha preso parte fisicamente, il silenzio di un’archeologia del ricordo che oggi sembra stare fuori da un fluire storico.
I dipinti sun set down. (2020) alle pareti, realizzati con una tecnica che ricorda quella dell’affresco, rappresentano l’immagine di un’alba da una palette cromatica ipersaturata in costante avvicinamento. La resa pittorica di Echakhch sembra riprendere la procedura dello strappo messa a punto a metà del XVIII secolo da Giovanni Secco Suardo, ovvero l’operazione di distacco dei dipinti dal muro, che veniva utilizzata per il trasporto della pellicola pittorica su un supporto differente, consuetudine considerata azione conservativa che permetteva di ridare nuovo valore e solidità ai dipinti. Ciò che sembra fissato in questo caso è l’archetipo dell’appiattimento di un paradigma estetico: l’immagine frammentata della fotografia paesaggistica mainstream all’interno dell’infosfera mediale.
Lo spazio è pervaso da rovine metalliche tradotte nella serie di installazioni After (2020), impalcature che costituiscono parte fondante dell’apparato scenografico nell’architettura del concerto, creando così un gioco di rapporti spaziali volumetrici all’interno dello spazio espositivo. Le macerie sembrano essere crollate come a compimento di un grande e ultimo rituale prima del silenzio, feticci su cui qualcuno ha lasciato, o sacrificato, elementi d’abbigliamento ordinario.
L’oscurità imposta dalla tinta nera delle pareti e del pavimento impone una teatralità che esula dal mondo circostante, paralizzando lo spazio in un frammento temporale indefinito. Il crepuscolo è in arrivo, ma non abbiamo idea di quando, come e se arriverà. Per ora, è rimasto il desiderio di desideri.
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