Categorie: Mostre

L’energia creativa di Giacomo Balla irradia il Palazzo del Governatore di Parma

di - 6 Febbraio 2026

Parma, questa città singolare, che la lunga signoria di Maria Luisa d’Austria, la raffinatezza del piano urbanistico di Ennemond-Alexandre Petitot, deciso a farne “una piccola capitale”, ha diversificato profondamente dalle altre città del contado, nell’ultimo quarto di secolo, anche a causa dello scossone ricevuto dallo scandalo Parmalat, ha vissuto ripiegata sulla regalità del proprio passato, rinunciando a proiettarsi nel futuro, che l’intensa sperimentazione culturale degli anni Settanta e Novanta, aveva invece  lasciato intravvedere. Le tante iniziative nel settore del teatro e del cinema, i fermenti creati dal Centro Studi e Archivi della Comunicazione – CSAC di Arturo Carlo Quintavalle, il lavoro innovativo di un gallerista illuminato come Giuseppe Niccoli, erano andati a mano a mano scemando, senza creare alternative credibili per un’efficace proposta culturale.

Il rinnovo dell’amministrazione comunale dal 2022 ha mostrato però, sin dall’inizio, un cambio di passo e ha rilanciato le ambizioni culturali della città. La mostra Giacomo Balla. Un universo di luce, ancora aperta sino al 15 febbraio nel Palazzo del Governatore, apre una vera speranza, che insieme ad altre iniziative può gettare le basi per un futuro adeguato al grande potenziale della città.

Intanto, Giacomo Balla incarna il genio del Futurismo, primo vero movimento d’avanguardia italiano, propagatosi in tutto il mondo, grazie all’abilità strategica e organizzativa del suo fondatore Filippo Tommaso Marinetti. Le innovazioni del pensiero e del comportamento introdotte dal Futurismo hanno investito gli aspetti della vita e della società tutta intera, trasformandola completamente nell’arte, nell’architettura, nella musica, nella letteratura, nel teatro e nel cinema, nella moda e nell’arredamento.

Giacomo Balla: La famiglia del pittore, ottobre 1945, olio su tela, cm 138 x 100,5. Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea. GNAMC/foto di Alessandro Vasari © Giacomo Balla, by SIAE 2025

Non si poteva cominciare meglio, assumendo l’artista anche come simbolo di un cambiamento che vuole mettersi al passo con i tempi a 360 gradi. Si aggiunge, a questo, un altro proficuo disegno: la collaborazione con la Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea di Roma. La nuova gestione di Renata Cristina Mazzantini prevede, infatti, la circolazione della propria collezione anche in altre sedi italiane con mostre mirate.

Grazie all’intraprendenza del Comune e dell’Assessorato alla Cultura di Parma, al contributo della Fondazione Cariparma e della Regione Emilia Romagna, alla collaborazione di Solares,  Fondazione delle Arti – nuova importante risorsa della città – e grazie all’esperta mediazione di Cesare Biasini Selvaggi, curatore della mostra insieme a Renata Cristina Mazzantini, oltre 60 opere di Balla che sino a ora non si erano viste al completo nemmeno alla Galleria Nazionale, sono diventate fruibili a tutti passando per la città di Parma. Cadono gli spartiacque censori, di cui molti artisti del secolo ventesimo sono stati oggetto – primo fra tutti De Chirico – tra il Balla pre-futurista, futurista e post-futurista, accettando la sfaccettata personalità di un artista che ha cavalcato le spinte di due secoli.

Tema portante della mostra è la luce che, a partire dagli approcci fotografici di Balla a Torino, accompagna tutta l’opera del maestro, per approdare a un’indagine del fenomeno sia naturale che artificiale, sezionato in triangoli e losanghe, tale da anticipare, di fatto l’astrazione. L’analisi della luce sarà quasi subito coniugata con il movimento e il suono, offrendo un contributo decisivo alle straordinarie innovazioni che hanno reso celebre il Futurismo.

Tante sono le opere della mostra da ricordare e va subito detto che anche le opere del primo periodo, influenzate dall’apprendistato nella fotografia, sono autentici capolavori. Si resta senza parole dinanzi alla forza della personalità di un autore che, in questo periodo storico, è già senza rivali. Le vedemmo per la prima volta a Roma, nella mostra curata da Giorgio De Marchis, alla GNAM, nel 1971, per le celebrazioni del centenario della nascita e non le abbiamo più dimenticate.Ma andiamo per gradi.

Giacomo Balla: Madre, 1902 circa, pastello e tempera su carta, cm 119 x 93. Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea. GNAMC/foto di Alessandro Vasari © Giacomo Balla, by SIAE 2025

Il ritratto monumentale La madre (1901), un pastello su cartone che influenzerà quelli di Boccioni del 1912, ci confronta con l’estrema esposizione di un volto di donna anziana, toccante nei tratti segnati dalla vita, che pare tacitamente interrogarci e ricordare il debito nei suoi confronti, in quanto riassume tutte le madri. Lo straordinario polittico Dei viventi (1902) che constava all’origine di ben 15 tele, di cui solo quattro sono pervenute sino a noi. Quella dell’Ortolano, appartenente dall’Accademia di San Luca, è qui presente solo attraverso una riproduzione, ma il Polittico, a grandezza naturale, con questo espediente viene ricostruito al completo.

Balla ha ritratto la condizione umana degli ultimi – Povertà, Follia, Lavoro stremante – con bruciante passione di verità, senza nulla escludere, incarnando la sua fede nel Socialismo umanitario con un coraggio e una crudezza priva di veli. Nel trittico Affetti (1910), la luce penetra nelle fitte ombre di un interno rivelando una delicata scena familiare ma si manifesta anche la volontà dell’artista di contendere alla fotografia un primato di verità, attraverso il mezzo tradizionale della pittura.

L’indagine di Balla sul vero in questi anni poggia su due fronti: l’analisi capace di sviscerare in presa diretta la struttura della luce naturale, da un lato, e insieme ciò che si ottiene con artificio, intervenendo con i tagli provocatori dell’inquadratura.

Giacomo Balla: Dei Viventi; La pazza, 1905, olio su tela, cm 174,7 x 115. Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea. GNAMC/foto di Alessandro Vasari © Giacomo Balla, by SIAE 2025

Nel 1910, all’età di quasi 40 anni, Balla ha aderito al Futurismo ma durerà tre anni per trovarvi una strada alla propria altezza. Due volte sarà rifiutato prima di poter esporre insieme al gruppo, proprio a causa del taglio fotografico che non realizzava una sintesi dinamica del movimento.

Sarà, ancora, il caso, questo, di Villa Borghese. Parco dei Daini, (1910), grandioso esempio, nondimeno, della sua ricerca. Una proiezione di esemplare qualità, ha consentito di non privarsi del dipinto, nonostante le difficoltà logistiche, e l’opera anche a causa della sua struttura fotografica risulta ugualmente scenograficamente godibile.

Di lì a poco, durante un viaggio in Germania (1912), l’artista inizierà un percorso da cui otterrà nuovi frutti, partendo da una serie di studi sull’iride (definiti da lui, “iriducci”), che solo nel secondo dopoguerra saranno ribattezzati col termine, più appropriato di Compenetrazioni iridescenti.

In mostra sono presenti alcuni preziosi studi su carta ma interessanti sono anche due dipinti su tavola, dove la fantasia ubiqua dell’autore si mostra già al lavoro sull’ambiente. Si tratta di arredi per appendere gli abiti destinati al guardaroba del cognato Alessando Marcucci.

Questa ricerca sarà decisiva nell’allontanare Balla dalla visione ottica e nel farlo penetrare in una sfera mentale, fornendogli lo slancio necessario a superare qualsiasi ostacolo e a raggiungere la sintesi più compiuta e innovativa delle concezioni e delle invenzioni futuriste. È questo, anzi, il momento in cui Balla inizierà a rappresentare la punta più avanzata del Futurismo, così da assegnargli coralmente il ruolo principe nel movimento.

Lo testimoniano opere tra il 1913 e il 1915, come Espansione dinamica + velocità, una delle prime automobili osservate in corsa a via Nazionale, Linea di velocità, una sintesi che come Linea di velocità + spazio, produce già la smaterializzazione dei piani, Ritmo + Velocità, vortice di piani colorati delicatamente a pastello, simili a veli nell’aria, Ponte della velocità, che introduce alla visione di una città attraversata dalle insegne luminose della pubblicità.

Nel 1915, l’artista elabora insieme a Fortunato Depero il Manifesto della Ricostruzione futurista dell’Universo e inizia una nuova avventura. Attraverso i Complessi Plastici comincia a proiettarsi decisamente nello spazio e nell’ambiente, sia con strutture vicine a quelle dei costruttivisti russi, Gabo e Pevsner – il cui realismo consiste precisamente nel dare concretezza fisica all’immaginazione mentale di nuove forme spaziali e architettoniche -, sia abbordando il mondo della moda, dell’arredamento, del teatro, della scenografia e del cinema. Troviamo in quest’ambito: Linea di velocità + forme + rumore, dove la nettezza delle cromie bianche, rosse e nere introduce il senso delle sonorità e del rumore, secondo le teorie di Luigi Russolo; Bandiere all’Altare della Patria, Insidie di guerra, Forme grido Viva l’Italia, che si lasciano accostare ai più spinti azzardi dell’architettura attuale, dove lo squilibrio è diventato la prova di forza dell’equilibrio.

Come molti altri esponenti delle Avanguardie, anche Balla si è interessato alla Teosofia. Tra il 1916 e gli anni 20, una serie di esempi ci segnala l’intrecciarsi proficuo degli aspetti spirituali e metafisici con quelli psicologici, compatibili con la teoria futurista degli “stati d’animo”, che Balla condivideva con Boccioni.

Su questo versante ci sono altre opere significative: Trasformazioni Forme – Spiriti (1916-18), dove il colore si avvia a divenire astrale e le forme piramidali s’insinuano tra la terra e il cielo. In opere capitali come Linee forza paesaggio + sensazione di ametista (1918), Scienza contro oscurantismo e Pessimismo e ottimismo (1923), Balla tenta di raggiungere un equilibrio tra geometrie di segno opposto, come ricomponendo e condensando in forme prismatiche e sfaccettate le tensioni che la guerra aveva fatto esplodere e disseminato distruttivamente.

Giacomo Balla: Pessimismo e ottimismo, 1923, olio su tela, cm 114,5 x 175,5. Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea. GNAMC/foto di Alessandro Vasari © Giacomo Balla, by SIAE 2025

Sorge l’idea (1920), del ciclo delle “stagioni” è particolarmente espressivo di un naturalismo metafisico, influenzato dal nuovo spiritualismo plastico, che circolava in Europa. Veli rosa. Ritratto di Luce (1922), nasce dalla committenza antifuturista del barone Alberto Fassini, La bionbruna (1926) è un omaggio a Valentina Alatri, icona dei salotti del tempo e espressione di “tutto ciò che di moderno si trova in ciò che è artificiale”. Le frecce della vita (1928), infine, è un’opera di spettacolare energia, dove natura e artificialità esprimono l’acuto conflitto in atto al momento della decisione di Balla di abbandonare il Futurismo.

Tutto il periodo futurista e pre-futurista è esaminato con ricchezza di particolari da un grande studioso, Fabio Benzi, che sa farne un’articolata sintesi. Cesare Biasini Selvaggi analizza, invece, nel suo saggio, la produzione artistica successiva agli Anni ‘30 e Simona Tosini Pizzetti le sinestesie e le concomitanze sonore delle ricerche di Balla, anche in ragione dello studio del violino durante l’adolescenza e della sua passione per la chitarra, con cui infatti è spesso ritratto. I saggi in questione sono dotati di apparati scientifici impeccabili, che l’occasione della mostra ha consentito di aggiornare e che lo staff di curatori della GNAMc, e la collaborazione di Elena Gigli, hanno garantito.

Benché ormai lontano dal Futurismo e anziano, Balla non abbandonerà la ricerca, tornando a quella che era stata la sua prima vocazione: l’osservazione appassionata del vero, che estende, ora, a una società profondamente mutata dal mondo della pubblicità e del cinema.

Giacomo Balla: La fila per l’agnello, inverno 1942, olio su compensato, cm 90 x 67,2. Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea. GNAMC/foto di Alessandro Vasari © Giacomo Balla, by SIAE 2025

I vertici toccati con l’opera pre-futurista e futurista, sono irripetibili ma vanno segnalate in questa fase, per il loro toccante verismo e per la poesia degli affetti che alla genialità dell’invenzione accompagna la sensibilità dell’uomo: La fila per l’agnello (1942), Onda di luce (1943), Non mi Lasciare e Autodolore (1947) composti nel periodo della perdita dell’amata moglie Elisa, nonché i paesaggi La città che avanza (1947), Aria e sole a Villa Borghese (1948), Luce sul verde estivo (1949).

È da sottolineare, nella mostra, la perfezione di un allestimento che valorizza gli spazi del Palazzo del Governatore attraverso l’omogeneità degli sfondi. Un’esperienza in grado di educare a un metodo espositivo necessario per valorizzare la lettura e la qualità delle opere. Il tocco scenografico delle luci restituisce suggestività alle trasparenze delle atmosfere balliane, la resa godibile degli ambienti spalanca la percezione su un universo fatto per comunicarci l’esperienza della meraviglia.

Il catalogo edito da Dario Cimorelli e il documentario Balla. Il signore della luce, curato da Piero Muscarà e Eleonora Zamparutti, completano il racconto su questo magnifico artista, aggiungendo alla conoscenza molti altri, significativi dettagli.

A conclusione e coronamento, Cesare Biasini Selvaggi ha voluto evitare che la storia si chiudesse nel proprio limitato segmento, annientando le infinite metamorfosi della vita a cui il Futurismo ci ha invece abituato e ha chiamato tre artisti, scelti fra i rappresentanti delle ultime generazioni: Elena Ketra, creatrice del tappeto dedicato al “Manifesto futurista della donna” di Valentine de Saint-Point che ha consentito al pubblico di confrontarsi e di conoscere un aspetto del movimento, oggi sempre più significativo, Mp5 che, con i suoi wall drawing, sollecita da tempo un approccio spinto al di là e oltre i generi, e Vincenzo Marsiglia, celebre per le sue proiezioni digitali, che ogni sera ha illuminato con Immersive Emotional Stars la torre del Palazzo del Governatore, sprigionando nel fulcro della città la propria energia creativa.

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