Categorie: Mostre

L’erotismo è nell’occhio di chi guarda: Iva Lulashi da Pièce Unique a Parigi

di - 8 Settembre 2025

La mostra di Iva Lulashi da Pièce Unique di Massimo De Carlo riapre la stagione artistica di Parigi. Tre grandi dipinti dell’artista, nata a Tirana nel 1988, verranno mostrati uno alla volta, dal 2 al 13 settembre 2025, in questo spazio nel Marais, che si caratterizza appunto per un “unico pezzo” che viene esposto, come in una vetrina, su Rue de Turenne.

Pièce Unique nasce originariamente nel 1989, sempre a Parigi, come idea giocosa dello storico gallerista napoletano Lucio Amelio. De Carlo ha fatto propria l’eredità del progetto e ha nuovamente aperto nel febbraio 2021 «Infondendovi una nuova prospettiva e offrendo un modello espositivo alternativo per il sistema dell’arte contemporanea».

Iva Lulashi, veduta della mostra, Pièce Unique MassimoDeCarlo, Parigi, 2025 ©Thomas Lannes courtesy MASSIMODECARLO

Iva Lulashi entra nello spazio con delle figure femminili che, di primo acchito, paiono delicate e leggere. Si nascondono in uno stato transitorio ma la loro presenza è invece solida e si forgia proprio in quel «passaggio tragico, mistico e sensuale tra il corpo e l’altrove attraverso il sacrificio», spiega lo storico dell’arte, critico e curatore Arturo Galansino, che ne ha curato il testo d’apertura. Lo spettatore assiste a un nuovo ciclo di opere dell’artista che vede «immaginario privato e narrazione paradigmatica» non come due stratificazioni di significato separate, ma mescolate fino a diventare indistinguibili.

Ciò che si riesce ancora a riconoscere è però la scena a cui rimanda, in cui le opere diventano «atti immobili di una pièce silenziosa». La componente teatrale si è nutrita grazie all’amico Alessandro Santi, sua “musa teatrale”, e si percepisce nei lavori proprio attraverso l’arresto di un istante in divenire e il taglio dello sguardo.

Iva Lulashi, veduta della mostra, Pièce Unique MassimoDeCarlo, Parigi, 2025 ©Thomas Lannes courtesy MASSIMODECARLO

Due suore si scontrano, come a fondersi in un unico abito, in un solo velo che cinge loro il capo. I drappeggi confondono la fisionomia dei loro corpi, presi in una «Tensione erotico-sacrale», che si ispira a Sancta Susanna (1921), opera di teatro giovanile del compositore tedesco Paul Hindemith. La devozione non si mostra, anzi, piuttosto la resistenza tra spiritualità devota, casta e incapacità di resistere all’oppressione sessuale.

Al centro, una monaca giace a terra, senza vita. Il corpo è vestito di bianco e rivolto al suolo, con le braccia distese a cingere il pavimento. Il martirio collettivo di un gruppo di monache durante la Rivoluzione Francese, riportato nei Dialoghi delle Carmelitane dello scrittore francese Georges Bernanos, è il paradigma di quella devozione parossistica che ha reso impossibile resistere alla dissoluzione degli ordini religiosi. Lulashi cita la scena seguendo un vertiginoso scorcio prospettico che fa propendere la figura verso l’aldilà ma il suo corpo resta sulla nuda realtà terrena, su cui la luce balugina nella flebile speranza di redenzione, nonostante l’atto compiuto.

L’artista si è trasferita con la famiglia in Italia nel 1997 e, una volta all’Accademia di Belle Arti di Venezia, ha intrapreso la sua produzione artistica a partire proprio dal suo Paese natale con un focus sulla scena sociale e politica albanese: la messa in scena delle restrizioni e dei limiti che il Socialismo porta con sé, come i soft porno concessi dal regime. Lulashi ha poi estratto degli istanti della narrazione, cosicché la rappresentazione dell’atto sessuale passasse in secondo piano, a volte sparisse, per contornarsi di un’aura più delicata, quasi ritualistica. Il suo lavoro è stato coronato con la rappresentazione dell’Albania alla Biennale d’Arte di Venezia del 2024 con il progetto Love as a glass of water, a cura di Antonio Grulli.

E l’Albania torna anche in quest’occasione. Una donna distesa al centro del dipinto rimanda al mito fondativo della città di Scutari, a nord est dell’Albania, terra d’origine della famiglia dell’artista. Lei si chiama Rozafa ed è da lei che prende il nome l’omonimo castello che sormonta la città. Rozafa venne sacrificata per mantenere garantire la solidità del palazzo: la donna accettò di essere murata viva all’interno del castello e perciò, «Adagiata sul muro nero che sta per inghiottirla per sempre», lei si abbandona all’oscurità, rischiarata da una luce notturna che la lascia sospesa su una scena vuota.

A fare da contrappunto alle tre opere maggiori tre piccole tele che strizzano l’occhio a una sensualità più esposta, a un «Linguaggio più intimo e scoperto», dove però nulla è mai gridato, l’azione si può intuire, immaginare, ma senza alcuna certezza esplicita. Forse perché l’intenzione sta più negli occhi di chi guarda. D’altronde, omnia munda mundis.

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