Paolo Canevari, God Year, veduta della mostra, Pinacoteca Città di Castello, 2025, ph. Ilaria Lagioia e Pierpaolo Lo Giudice
Attraverso lo sguardo di Paolo Canevari, siamo stati guidati nelle sale della Pinacoteca di Città di Castello, a Palazzo Vitelli, che oggi ospitano una retrospettiva a lui dedicata, dal titolo God Year e a cura di Lorenzo Fiorucci. «Ciò che realizzo può essere inteso come una dopo-immagine: un’eco, un monumento della memoria, una transitorietà che si fa momento eterno, racchiuso nell’opera d’arte», ci ha raccontato l’artista, durante la visita all’esposizione.
Nato a Roma, nel 1963, Canevari ha partecipato manifestazioni internazionali, tra cui la Biennale di Liverpool 2004, la Whitney Biennale del 2006, la 52ma Biennale di Venezia, nel 2007. Parte di prestigiose collezioni museali, le sue opere sono state esposte in istituzioni di tutto il mondo, alla GNAMC e al MACRO di Roma, al MART di Rovereto, al Museion di Bolzano, al MoMA di New York, all’IMMA di Dublino, al KW di Berlino, al Parkview Green di Pechino.
Nella sua pratica, l’artista sceglie una materia “esausta” che, privata della sua funzione originaria, si fa carico di valenze ulteriori. Si tratta di materiali diversificati, distanti dalla funzione per la quale erano stati ideati e considerati, invece, per l’inedita identità che potrebbero assumere, tramite la rielaborazione artistica.
Le opere di Canevari in mostra a Città di Castello si distinguono tra installazioni fuori misura, tele monocrome e video ripetuti. Con la loro eleganza sacrale e la loro potenza disturbante, intessono dialoghi mitici con i capolavori della collezione rinascimentale della Pinacoteca, dove incontriamo i Maestri della storia dell’arte, quali Raffaello, il Ghirlandaio, Lorenzo Ghiberti e Luca Signorelli.
Lo pneumatico predomina l’esposizione, come icona di un credo urbano, industriale e consumistico, eppure ancora inconoscibile per noi. L’oggetto si fa “corona di spine”, con cui aderire alla velocità dei nostri tempi, si fa ampio e tagliente nido dove porre rifugio alla nostra interiorità. Si tramuta in uroboro del contemporaneo, a sancire l’eterno ritorno dell’uguale della nostra umanità, a partire dallo stesso allestimento che, con una struttura ad anello, termina come inizia.
Visitabile fino al 15 febbraio 2026, la mostra esplora i recessi potenzialmente sinistri della nostra natura, lasciando emergere ciò che ci abita e che temiamo ma anche ciò da cui potremmo redimerci.
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