Luigi Voltolina, 1989, 25 x 35
Ci sono dipinti che non si offrono allo sguardo come immagini compiute, ma come suggestioni, suggerimenti visivi di figure di colore. La mostra Epifanie, dedicata a Luigi Voltolina negli spazi di Palazzetto Tito, restituisce con chiarezza questa qualità della sua ricerca: ogni opera appare come un punto di passaggio, un istante che si condensa prima di dissolversi, nuovamente, nel flusso del reale.
Già presente in alcune mostre storiche di Fondazione Bevilacqua —di cui Palazzetto Tito costituisce una delle sedi principali— e recentemente vincitore del Premio Mestre di Pittura, l’artista viene qui presentato non in chiave retrospettiva, ma attraverso una selezione che privilegia la continuità di uno sguardo, la coerenza di un gesto che ha saputo rinnovarsi senza mai tradire la propria urgenza originaria.
La selezione, che attraversa oltre tre decenni di lavoro —dagli anni Novanta alle opere più recenti— propone una lettura coerente e non celebrativa del percorso dell’artista, mettendo in evidenza quella tensione costante tra espressività e riduzione del segno che ne costituisce il tratto distintivo. Voltolina non cerca mai, infatti, la forma definitiva: dipinge piuttosto l’urgenza del gesto, l’emergere improvviso di una figura, di un incontro, di un movimento urbano colto nel suo farsi.
Un’opera come Le tre età (1987) chiarisce fin da subito questa postura. Le figure, appena trattenute dalla materia pittorica, sembrano affiorare da un fondo instabile, come se il tempo non fosse rappresentato ma vissuto simultaneamente sulla superficie. I corpi non sono mai pienamente descritti: si sfaldano, si sovrappongono, si piegano in una composizione che è più ritmica che narrativa.
Questa tensione si radicalizza nelle opere successive, come Duo (2006), dove la figurazione si assottiglia ulteriormente fino a diventare puro gesto pittorico. Qui i corpi si riducono a linee bianche, a segni essenziali che si fronteggiano e si sostengono nello spazio scuro della tela.
È in questo senso che il titolo Epifanie risulta particolarmente pertinente. Come sottolinea Ernesto L. Francalanci nel testo critico che accompagna la mostra, ogni opera di Voltolina si configura come la rappresentazione stupefatta di un attimo che rompe la continuità del tempo e dello spazio. L’epifania non è qui intesa come rivelazione trascendente, ma come accadimento minimo: un volto che emerge, un corpo che attraversa, un gesto che si fissa prima di svanire.
Con questa mostra, la Fondazione Bevilacqua La Masa valorizza perciò non solo una figura centrale della scena veneziana, ma un modo di intendere la pittura come pratica di attenzione: un esercizio di sguardo che non mira alla perfezione dell’immagine, ma alla verità fragile dell’istante.
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