Un’intrigante mostra di ardita concettualità: partendo dal titolo “Pelle d’oca”, tramite anche l’articolato testo di introduzione, di Piergiorgio Caserini, si pone l’attenzione sui meccanismi percettivi “da brivido” attivati nell’osservatore da opere che non contemplano un’estetica visiva tradizionale e rassicurante, bensì cercano una provocazione emotiva data da una sorta di sconcerto.
Un meccanismo sottile e cerebrale che trova un minimo comun denominatore nelle tecniche espressive dei quattro artisti. Un brivido della “coscienza dell’assenza”, dell’asportazione della materia pittorica e naturale, della cancellazione di un’immagine, dello scrostamento della superficie, del graffito, della sparizione del contesto, del mezzo necessario alla vita, del paesaggio colto come tutt’uno con chi guarda.
Nella relatività e soggettività di tale percezione, si evidenziano le assenze, naturali e culturali, come segno di un ambiente che nel degrado va cancellandosi. Emozioni elise con la progressiva sparizione della natura che le nutriva, o della cultura che le animava. Quindi sottrazione, cancellazione della materia, graffi sulla superficie ed asporto degli elementi tattili e contestuali.
Nella sala superiore, dopo le due stampe fotografiche – Le doigts en fleur, una sostituzione del gesto umano al fiore, alla nautura – Marina Cavadini presenta un’opera – Smiltendrè – ottenuta con il graffito di una superficie rossa, quasi una matrice per una per una stampa perduta.
Nella sala inferiore un suo video – Deep moisture – mostra un raro riccio di mare che accompagna con stridore il suo annaspare su una lama d’acqua, alla ricerca del plenum vitale che dovrebbe circondarlo, mentre una scultura di vetro di Lucia Cristiani – Dove ogni cosa resta – irradia quel vapore acqueo che sembra invadere la sala, forse a ricostituire quel mare scomparso intorno.
Sempre nella sala superiore, Edoardo Caimi propone un “fantasma di essere umano” impersonato dalla “scultura-giacca” – Sono morto o mi sto nascondendo? – ricoperta di terra che si sgretola e sembra ritornare, come in un’evanescenza di tessere, al suolo a cui è stata sottratta, e rimanda all’opera – Al ritorno dalla campagna – dove un “sole” emerge dal graffiato-tessuto vegetale, una griglia-lacerto di vegetazione che lo cela nel declino.
Edoardo Manzoni presenta due opere – Senza titolo (scena 1) e (scena2) – attuate togliendo dalla vegetazione di un campo, a cui la caccia sta togliendo vita, proprio l’immagine dei cani, svelando nella sottrazione il vuoto a specchio dove l’osservatore coglie sè stesso, nella cancellazione della reminiscenza culturale, come in un contrappasso morale.
Le delicate foglie gioiello di Lucia Cristiani – si aggrappano a ramificazioni ormai disseccate e assumono il ruolo di frammenti sul punto di essere portati via a memoria di quello che era la natura cancellata. Il brivido resta nel timore della dissolvenza in una sorta di malinconia.
La mostra sarà visitabile fino al 22 dicembre 2021.
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