Mario Ceroli, La Cina, 1966, legno pino di Russia, legno pino di Russia, Collezione Banca Ifis
La GNAMC – Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma ha aperto oggi, 6 ottobre, CEROLI TOTALE, una mostra monografica dedicata a Mario Ceroli, tra gli artisti italiani più storicizzati a livello internazionale, distintosi anche all’interno della Scuola di Piazza del Popolo e dell’Arte Povera. La monumentale esposizione, a cura della direttrice Renata Cristina Mazzantini e di Cesare Biasini Selvaggi, è realizzata in collaborazione con Archivio Ceroli e Banca Ifis e rientra nell’ambito di Artista alla GNAMC, iniziativa che celebra un solo artista per un anno intero.
La mostra ripercorre 70 anni di ricerca dell’artista nato a Castel Frentano nel 1938, attraverso sculture e installazioni in legno di pino di Russia. Il percorso espositivo, composto da una selezione di 20 capolavori del Maestro, abita dieci sale del Museo.
All’entrata vediamo avanzare col suo passo marziale La Cina (1966). Poi, scorgiamo due figure affacciate dal Balcone (1966), a ricordarci il Festival dei due Mondi di Spoleto. Alzando lo sguardo, bandiere bianche si ergono nella loro verticalità monolitica, con il quanto mai attuale Progetto per la pace (1969). Poi, l’opposto, il più recente Le ceneri (2007), che riflette sull’umanità partendo dal suo confitto interiore. Segue il complesso monumentale de La battaglia (1978), il riferimento a San Romano e a Paolo Uccello, alla storia che Ceroli interpreta e innova. Accanto, i lavori ancora mai esposti, come Sesto senso (1999) e Le chiacchiere (1989), un cumulo di lettere sparse che si intrecciano come rami in un nido.
L’esposizione, scandita in atti, inscena il teatro ceroliano, dove prendono vita le figure della sua immaginazione, personaggi convocati a interpretare ruoli inediti di una permanente ricerca di contemporaneità. Un mondo platonico dal profumo di resina, che ci coniuga atavicamente al legno, «Padre di molte cose, di molta vita dell’essere umano», rivela Ceroli.
«L’artista ricerca la terza dimensione con una giustapposizione di piani. Non si tratta dell’operazione classica di svuotamento del volume ma di una costruzione dello stesso, a partire dalle sagome», ha spiegato la Direttrice Mazzantini. «La sagoma è nata nel momento in cui ho iniziato a guardare alla mia stessa ombra. Quella non ti abbandonerà mai. La puoi ricreare con la carta, ma col legno è diverso; fa le radici, diventa foresta. È un inizio della sequenza del lavoro che verrà dopo», prosegue l’artista.
L’ombra è una riflessione sull’esistenza, che qui trova spazio in un omaggio al Pinocchio di Carlo Collodi – cui la Galleria La Nuvola, a Roma, ha dedicato la personale C’ero lì con Pinocchio, a cura di Giorgia Calò. Come Pinocchio anche l’artista nasce e poi rinasce nel legno, fino a restituire fisionomia ai personaggi che animano quest’avventura che sente propria. In mostra alla Galleria Nazionale anche Mangiafuoco (1990), metafora di quel potere «Che illude e seduce, che incute timore con la sua bocca grande come un forno e quegli occhi che, come lanterne di vetro rosso, si accendono come lumi al buio, come la speranza degli uomini di ritrovare la forza di sognare».
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