Carlo Zauli, Flessuosità. Metamorfosi di un primario, 1975. Photo Camilla Marrese. Courtesy Museo Carlo Zauli e Alchemilla
Quante forme e variazioni si celano in uno stesso identico materiale? In occasione del suo Ventennale, il Museo Carlo Zauli di Faenza giunge all’Associazione bolognese Alchemilla con “Mutaforma. Mutazioni ceramiche del codice CZ”, visitabile fino al 30 ottobre 2022. L’esposizione, a cura del giovane Collettivo NN, raccoglie i lavori di 31 artistə, creando connessioni aperte e continue tra la ricerca di Carlo Zauli – tra i più importanti ceramisti scultori del Novecento – e quella dei suoi “eredi”, lə artistə che dal 2003 sono statə protagonistə delle residenze organizzate dal museo a lui intitolato.
“Bisogna stare nel contemporaneo” affermava Zauli. Per farlo però, la prima condizione necessaria è saper mutare con esso: non a caso, la ceramica è da sempre simbolo di un’ipotetica infinità di sperimentazioni e trasformazioni. Esattamente come il materiale delle opere del maestro, in “Mutaforma” anche la tradizione si pone in termini di continua metamorfosi: la ricerca zauliana, delineata attraverso una selezione di lavori, diventa la matrice d’ispirazione per tutti i lavori dellə artistə coinvoltə. Lo scenario espositivo estremamente eterogeneo che va a comporsi – con ben 42 opere – si organizza nelle sale di Alchemilla seguendo una propria specificità e coerenza interna.
Ad aprire la mostra, come una sorta di progenitore, è Flessuosità. Metamorfosi di un primario: opera di Zauli dove spigoli, curve, ruvidezza e lucentezza si intrecciano in un tutto organico. Un interesse geometrico e volumetrico accomuna le opere della prima sala, come il Big Bean di Mathieu Mercier, scultura-seduta di design la cui sinuosità ricorda un grande fagiolo smaltato, o il Volume consapevole di Italo Zuffi, blocco di ceramica “conscio” di essere una massa trasportabile da un punto A a un punto B.
La mostra prosegue con una ricca riflessione tra ceramica e oggetti del quotidiano, come i piatti del Servizio Osseo di Sissi o Venerdì di Maurizio Mercuri, porcellino salvadanaio che monitora i risparmi con una micro-telecamera. Il tono giocoso di Pixelandia di Eva Marisaldi – coriandoli di porcellana colorata gettati sul pavimento – dialoga con l’ironia romantica di Prove di Volo di Ornaghi & Prestinari: una coppia di vasi domestici foderati da stoffa per attutire una possibile caduta durante il salto. Una teca conserva invece Toothpick di Sislej Xhafa, una riproduzione perfetta dello stuzzicadenti che il nonno sfoggiava dopo pranzo per strada, simbolo del riscatto dalla povertà. Ancora, la Madonna di Alberto Garutti tenta un avvicinamento dell’icona sacra al suo lato umano, usando un sistema di riscaldamento per portare la temperatura della scultura a quella corporea di 37 gradi.
Tra gli esiti più materici, l’Armonia Mundi di Giulia Dal Monte e Isabela Benavides spinge il visitatore a un incontro ravvicinato: la scultura sferica nasconde un suono profondo, udibile solo attraverso il foro sulla sua superficie. Il ritorno all’argilla più radicale pare infine avvenire con Massimo Bartolini in Grotoni e Malocchi, due blocchi di ceramica identici realizzati dallo stampo di una zolla di terra faentina, ispirati ai due stadi del terreno.
Come un grande apparato circolatorio, la ricerca pulsante di Zauli si è diramata raggiungendo in maniera capillare e varia le diverse sensibilità dellə artistə: “Mutaforma” è il risultato di questo nuovo e mutevole codice genetico, capace di ripensare la ceramica contemporanea. Per rispondere a una delle visitatrici della mostra: ebbene sì, tutto ciò che vedrete è davvero fatto con uno stesso e unico materiale.
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