Ahmet Öğüt I neither artificial nor interlligent I A plus A Gallery, Venice, ph Clelia Cadamuro
La nuova esposizione di Ahmet Öğüt, artista turco già noto al pubblico veneziano (e non solo) per la sua partecipazione alla Biennale del 2009 e per la fondazione di The Silent University (piattaforma dedicata a progetti di inclusione sociale e artistica), si inserisce pienamente nella sua ricerca sulle pratiche artistiche collettive e partecipative.
Negli spazi di A plus A Gallery Öğüt presenta dieci dipinti da lui realizzati che ritraggono dieci diversi artisti, alcuni reali e altre immaginari, invitando lo spettatore ad una attenta lettura dell’opera. Al centro della mostra vi è il rapporto complesso tra intelligenza umana, preconcetti sociali e interazione quotidiana con l’intelligenza artificiale.
Il percorso espositivo si configura come un nodo di associazioni: al pubblico viene consegnata una lista con dieci brevi descrizioni di artisti, mentre sulle pareti sono appesi i dieci ritratti, tutti nello stesso formato 70×70 cm.
Le descrizioni sono volutamente parziali e generiche, prive di indicazioni sul genere o sulla provenienza precisa, ad esempio “a data artist based in Ramallah”, permettendo così di mettere in luce gli stereotipi, consapevoli o meno, che influenzano il modo in cui costruiamo l’immagine di qualcuno. Anche la scelta delle città, come Berlino e Kigali —alcune riconosciute e altre meno note— contribuisce a stimolare la curiosità nello spettatore.
Il progetto nasce da una riflessione sugli stereotipi diffusi nei sistemi di intelligenza artificiale e sulle conseguenze che questi comportano nella vita reale. Come suggerisce il titolo della mostra, Öğüt prende spunto dai temi affrontati nel libro Atlas of AI di Kate Crawford, dove vengono analizzate le implicazioni sociali dell’IA, con particolare attenzione ai sistemi di riconoscimento e costruzione facciale. Il volume ripercorre la storia delle pratiche classificatorie, dalla craniologia e dalla frenologia alle più recenti tecniche di profilazione, mostrando come alcuni modelli continuino a riaffermarsi anche nello sviluppo delle tecnologie contemporanee.
La mostra propone perciò due percorsi strettamente collegati. Da un lato propone un’esperienza artistica “offline”, basata sull’osservazione diretta della pittura; dall’altro solleva interrogativi su come attribuiamo identità e caratteristiche a un volto, rivelando quanto le nostre percezioni siano influenzate da abitudini radicate nella cultura occidentale e da stereotipi condivisi. In questo contesto, l’intelligenza artificiale non appare come un sistema neutrale, ma come una tecnologia che eredita e ripropone la memoria visiva e un insieme di valori già radicati nella società.
L’allestimento, tramite una serie di pannelli rigati e opachi, complica l’osservazione dei ritratti e contribuisce all’unicità dell’esperienza vissuta nello spazio della galleria. Ciò che si vede immediatamente della tela, spostandosi tra i vari pannelli, diventa un modo per interrogare i propri automatismi interpretativi. La domanda che rimane sospesa riguarda ciò che ci porta a riconoscere una persona in un determinato insieme di tratti.
neither artificial nor intelligent, dunque, non propone soluzioni, ma apre canali di riflessione. Il visitatore è invitato a mettere in discussione le proprie abitudini percettive e, allo stesso tempo, a ragionare sul rapporto quotidiano con l’intelligenza artificiale, su come questa elabori informazioni provenienti dal passato e su come tali dati, carichi di storia e frutto di un sistema di potere, influenzano ciò che oggi consideriamo possibile vedere o immaginare.
Ho costantemente l’esigenza di creare delle forme esterne che risuonino con la mia dimensione spirituale interiore
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