Categorie: Mostre

Nell’arte di Rosy Rox, il corpo è uno spazio imprescindibile: la mostra a Napoli

di - 22 Novembre 2025

Muovendo tra confini, gesti e destini condivisi, la pratica di Rosy Rox (Napoli, 1976) approda tra gli spazi di Officina Keller a Napoli, dove sarà possibile visitare — ancora per pochi giorni, fino al 23 novembre — l’ultima personale dell’artista napoletana dal titolo Process Space, a cura di Adriana Rispoli e prodotta da Zona Rosa ETS. Gesti che tracciano sempre una forma, interiore o esteriore, indispensabili per abbandonare i confini dell’uno e abitare l’altro, regolati dall’artista, ma perfezionati dall’imprevedibile. Così, Rosy Rox negli anni ha continuamente condiviso e “reciso” le tessiture del proprio spazio (e del Tempo interiore, come per l’installazione vincitrice dell’edizione 2012 di Un’opera per il castello) fissandone il centro a partire dalla sua intima e corporale presenza, con cui scandisce i piani di regia che offre al pubblico dei suoi laboratori.

Rosy Rox, Process Space, veduta delal mostra, Officine Keller, Napoli, 2025, ph. Mario Laporta

Dispiegate nello spazio di Officina Keller, alcune di queste testimonianze relazionali sono impresse nella materia come fotogrammi che, invece di presentare un esito finale inteso come conclusione di un processo meramente costitutivo, circondano una partizione del tempo dilatato dal processo artistico, in cui ogni segmento è pari (per rilevanza) e diverso (nella forma) dal prossimo — compresa la restituzione visiva.

Limpida visione di questo processo è la perfetta modularità de Il Dono, restituzione dell’omonimo laboratorio dal sottotitolo Si mostra in quanto si dona, formato dai cubi in cemento cellulare che tracciano un reticolare rione di reciproche intromissioni. In questo sistema co-abitativo, gli oggetti scelti dai partecipanti, adornati di senso solo in seguito, convivono con l’idiosincratica prossimità che li circonda, intrisa dalle porosità del materiale e dell’evento.

Rosy Rox, Process Space, veduta delal mostra, Officine Keller, Napoli, 2025, ph. Mario Laporta

Lo sviluppo di questo intero processo è visibile nella mostra stessa tra il susseguirsi di alcuni video: dalla documentazione fotografica relativa si può cogliere l’articolazione di azioni tanto simboliche quanto concrete come, ad esempio, i giovani partecipanti che nelle ultime fasi accarezzano, come a sfiorare il terreno di una sepoltura, la superficie che ora custodisce le umili tracce di quegli oggetti.

Stefania Zuliani, segnalando il profilo ontologico di questa esperienza con Dono, dunque sono, (in Rosy Rox/Agile Fragile, Artem 2020), ha contemporaneamente individuato l’effetto collaterale che deriva dal vincolo che il dono impone al suo destinatario, evidenziando il netto contrasto tra i due significati opposti di “Gift “— «Che in inglese significa dono» e «In tedesco è veleno». Interrogando ancora la sfera di questo rapporto di trasmissione e acquisizione, va altresì rilevato che, dall’altra parte, fare atto di condivisione impone al mittente che ciò che è condiviso sia, in primo luogo, reciso.

Rosy Rox, Process Space, veduta delal mostra, Officine Keller, Napoli, 2025, ph. Mario Laportaph.. Mario Laporta

Questo rilievo, è chiaro, non appartiene tanto all’oggetto che, come spesso accade nei laboratori dell’artista, è trasmesso come intero. Ciò che non viene mai compiutamente ceduto è proprio lo spazio — ed è proprio questa circostanza a generare preziosi cortocircuiti: in esperienze come esercizio n.1, inizialmente performato dall’artista e poi rivolto al pubblico, è la variazione degli impulsi individuali dei partecipanti, plasmati dall’indole e dall’imprevisto, a mostrare le diverse gradazioni con cui ognuno di essi amputa il proprio ridottissimo campo per offrirlo all’altro.

Rosy Rox, Process Space, veduta delal mostra, Officine Keller, Napoli, 2025, ph. Mario Laporta

L’importanza della segmentazione degli interi, del riconoscimento del frammento come potenziale sineddoche serve comunque, in ogni caso, a rintracciare il «Continuum di rimandi» che Rosy Rox percorre (e incarna), per esempio, nella performance Monumento di passaggio, realizzata per Quartiere Intelligente nel 2015. Qui, ogni singolo passo, da solo, non basta a fare l’unicità di un camminare se non seguito e preceduto da altri uguali e osservando altri diversi. È infine opportuno segnalare la presenza dell’installazione Tuo Black Out, che permette di ascoltare la voce dell’artista che invoca l’esecuzione di poche ma efficaci istruzioni. Celando i dettagli dell’azione conclusiva che altrimenti rischierebbe di essere condizionata, va comunque sottolineato come in questa installazione, invece, il momento apicale della restituzione coincida con la migliore trasmissione di discontinuità — o quella che appare tale consciamente — portando su se stessi lo spazio del processo.

Rosy Rox, Process Space, veduta delal mostra, Officine Keller, Napoli, 2025, ph. Mario Laporta

Si delinea, quindi, con Process Space, un ulteriore sguardo sulla pratica dell’artista che qui offre con evidenza le oscillazioni tra continuità frammentaria, favorevolmente espressa tramite accenni autobiografici e intimi che proiettano l’una sul tutto, e discontinuità possibili di un intero, a cui è domandato di re/decidere per sé ma, soprattutto, per l’altro.

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