Categorie: Mostre

Nell’arte e nella vita di Silvia Scaringella, la materia esiste solo nella relazione

di - 7 Gennaio 2026

Sculture. Performance. Tele fatte di lucidi architettonici, e ferro. Silvia Scaringella comunica, innanzitutto, con il suo metodo di comunicare: per tessiture, ripetizioni minime, scarti quasi impercettibili, racconti spesso contenuti in una pietra che smembra – perché vuole ascoltarne tutte le verità, quasi costringendole a coesistere e, dunque, a rispettarsi a vicenda. Deus sive natura, l’agile esposizione visitabile fino al 25 gennaio 2026 al Museo Bilotti all’Aranciera di Villa Borghese, a Roma, a cura di Maila Buglioni, raccoglie bene i suoi sguardi sulla materia, e rappresenta una tappa in più su un percorso camminato con cura da ormai più di 15 anni.

Classe 1986, nata a Roma, Scaringella ha compiuto i suoi studi a Carrara – quale scelta migliore, per chi fa scultura? – e tuttora divide la sua vita tra la città di nascita e quella dei suoi studi. Con le proprie opere, l’artista dichiara una precisa visione antropologica e sociologica, nella continua ricerca di un ideale possibile di coesistenza che non lavora per integrazione ma per specificazione.

Silvia Scaringella, Deus sive natura, veduta della mostra, Museo Carlo Bilotti, Roma

Si tratta di un itinerario che, prima di ogni cosa, esplicita la sua origine: la formazione scultorea a Carrara, il confronto quotidiano con la materia, e il tempo lungo che la scultura impone, inscrivono il modo di procedere di questa artista non tanto nella categoria dell’estetica, quanto in quella della disciplina. Ossia: arte e arte comunicata non sono due momenti distinti ma coincidono in una forma di disciplina prima ancora che di linguaggio. Non è un caso che la sua prima esposizione sia avvenuta in Giappone: non come luogo esotico ma come ambiente naturale di questo rigore.

Silvia Scaringella, Deus sive natura, veduta della mostra, Museo Carlo Bilotti, Roma

Ciò che Scaringella ci fa vedere è, dunque, un sovrapporsi di piani. Come osservando una ballerina che danza, il movimento non è mai solo ciò che si vede: in controluce non possiamo non vedere gli anni di studio, la fatica del corpo, gli errori e le ripartenze. Ogni passo contiene il proprio costo, per quanto il risultato sembri leggero.

Il risultato “leggero” che vediamo in Deus sive Natura prende forma in libellule in bronzo su un lago di marmo bianco; nelle affascinanti circonvoluzioni delle orchidee in un blocco che accosta il bianco e il nero come fossero yin e yang; in formiche che muovono sassi come le stessimo guardando al microscopio; in un seme che affida al marmo bianco le fasi della sua crescita.

Oppure, ancora, in quelle tele realizzate con lucidi architettonici e inserti in ferro, per dire di alberi, animali e ambiente umano, in una stratificazione che non è mai di cancellazione né di reazione e in cui ogni elemento resta leggibile nel proprio piano.

Silvia Scaringella, Deus sive natura, veduta della mostra, Museo Carlo Bilotti, Roma

L’universo di Scaringella non è un posto irenico dove tutto vive naturalmente in armonia ma il mondo dove il diverso ha imparato a rispettare il diverso, senza volerlo cambiare e senza porsi in antagonismo. E che una di queste opere, quella intitolata all’orchidea, abbia come specificazione il termine “occipitale” non è un dettaglio nominale ma una dichiarazione di metodo. Occipitale, la parte posteriore del cervello deputata alla visione, non è infatti ciò che guarda, ma ciò che permette allo sguardo di articolarsi: la parte che tiene insieme senza semplificare, senza fondere ma collaborando, per necessità di convivenza più che per scelta.

Silvia Scaringella, Deus sive natura, veduta della mostra, Museo Carlo Bilotti, Roma

In questa parola si rende oggi visibile un modo di pensare già presente nel lavoro di Silvia Scaringella ben prima di questa esposizione. In Tela di Penelope, come in Texere, la relazione non è mai tema o metafora ma pratica: è un tenere insieme differenze senza risolverle, farle coesistere senza fonderle.

Tornare a quelle opere, oggi, è il passaggio necessario per riconoscere una continuità di postura più che di forma: non è di integrazione che abbiamo necessità ma di prendere atto che l’esistenza è possibile solo nella relazione.

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