Categorie: Mostre

No Home from War: Tales of Survival and Loss. Ivor Prickett alla Collezione Maramotti

di - 4 Maggio 2023

“No Home from War: Tales of Survival and Loss” è la prima mostra in Italia di Ivor Prickett e la più ampia esposizione del suo lavoro, che la Collezione Maramotti ospita, fino al 30 luglio, in occasione di Fotografia Europea 2023 – “Europe Matters. Visioni di un’identità inquieta”.

Con oltre cinquanta fotografie, scattate tra il 2006 e il 2022 ed esposte seguendone la cronologia, Prickett racconta l’urgenza di restituire e denunciare gli effetti delle guerre sulla popolazione civile, sulle vite delle persone devastate e radicate: «I wanted to focus on documenting conflict and most importantly its effect on civilians» (Ho cominciato a a capire che volevo dedicarmi a documentare il conflitto e soprattutto il suo impatto sui civili).

Ivor Prickett. Slavica Eremic nutre il suo bambino Nikola mentre il marito dorme. Slavica ha sposato il serbo Nebojsa a diciannove anni. Al ritorno in Croazia dopo molti anni di esilio in Serbia, Nebojsa ha trovato la casa di famiglia occupata da un rifugiato bosniaco. La coppia vive attualmente nell’abitazione della nonna di Nebojsa. “Returning Home – Croatia”, 2006, Jurga, Croazia. Courtesy and © Ivor Prickett

Prickett ha scelto di raccontare quelle storie, dall’Europa e dal Medio Oriente, che ricordano al pubblico che oltre la fine di un conflitto sussistono problematiche umanitarie e sociali con cui le persone devono confrontarsi. Che si tratti di luoghi di migrazione forzata, o di terre di rifugio, o di zone di combattimento, è la casa – luogo primario di protezione, appartenenza e radicamento – a esercitare sull’occhio del fotogiornalista un’incessante fascinazione.

Le prime sale accolgono gli scatti realizzati in Croazia e in Serbia tra il 2006 e il 2008 e in Abkhazia nel 2010 della serie Returning Home. Singoli individui e piccoli gruppi familiari sembrano resistere, appaiono come tentativi di ri-esistenza in luoghi precari e sospesi. La minoranza serba, come la popolazione mingreliana georgiana, incarna una sofferenza tanto ordinaria quanto abissale: il nostro sguardo incontra l’umano e disperato tentativo di ricostruire la propria storia strappata via. «From those scenes of domesticity one can draw all sorts of metaphors and reading about the collective struggle to survive in a place», ha detto Prickett. (Da quelle scene di vita domestica si possono trarre un’infinità di metafore e letture a proposito della lotta collettiva per sopravvivere in un luogo.

Ivor Prickett, No home from war tales of survival and Loss at Collezione Maramotti. Foto ©Masiar Pasquali

Prickett a volte condivide la casa dei suoi soggetti facendosi testimone di gesti quotidiani, abbracci silenziosi, stanze disabitate, affetti perduti, ma anche della ricchezza umana e del calore comunitario di chi ha scelto di restare, nonostante la desolazione, perché la propria terra sarebbe stata comunque l’alternativa migliore a un qualunque luogo da rifugiati. Nitide, incisive, memorabili, queste fotografie testimoniano una crudeltà estrema ma lasciano al contempo un’impronta ostinata: «la famigliarità di certe fotografie plasma la nostra conoscenza del presente e del passato più recente», scriveva Susan Sontag.

Preferendo dunque occupare una posizione empatica con il soggetto, piuttosto che il distacco, Prickett è presente in Syria tra il 2013 e il 2015: la crisi umanitaria derivata dal conflitto, i rifugiati in Medio Oriente e i migranti in Europa sono i soggetti della serie Seeking Shelter che prosegue il percorso espositivo. Il braccio inerte di un bambino tenuto stretto da un uomo in Iraq, una ragazza siriana, profuga, svenuta e soccorsa all’arrivo sull’isola di Lesbo, esprimono la morte in un contesto bersagliato dalla storia. Non si tratta però di una semplice rappresentazione, pochi infatti sono i soldati in confronto ai corpi civili offesi, è piuttosto una cartografia dei luoghi, delle persone e della sofferenza vista, vissuta e scontata.

Ivor Prickett, Un uomo esce con impeto da un veicolo blindato presso la postazione di pronto soccorso di Mosul Est, stringendo il corpo del fratello minore ucciso qualche momento prima da un attacco di mortaio dell’ISIS. “End of the Caliphate”, 2016, Mosul, Iraq. Courtesy and © Ivor Prickett

L’effetto domino che dalla Primavera Araba ha portato alla guerra in Siria è anche all’origine dell’ascesa dell’ISIS. Tra il 2016 e il 2018 Ivor Prickett documenta la guerra contro lo Stato Islamico, azzerando spazialmente e temporalmente la distanza con lo scenario bellico: nella serie End of Caliphate è in prima linea. Nonostante le immagini siano piene di macerie e distruzione, affiorano ancora, sorprendentemente, tracce di straordinaria umanità di chi prova, a prescindere dal fatale destino, a volgere lo sguardo altrove, verso un orizzonte migliore.

La mostra si conclude con Fighting to Exist, la serie che Prickett ha realizzato coraggiosamente e sfidando il pericolo in Ucraina. Allo scoppio della guerra l’occhio del fotografo si è soffermato sul crollo degli edifici, sul vuoto dei bombardamenti e sulle ferite architettoniche, metafore della distruzione dello spazio personale e domestico. «The destruction of the physical and metaphysical notion of home is the most destructive aspect of any conflict. The violent interruption of domestic life has never been so clar as it is in Ukraine», ha raccontato Prickett (La cancellazione della nozione fisica e metafisica di casa è l’aspetto più distruttivo di qualunque conflitto. L’interruzione violenta della vita domestica non è mai stata così lampante come è apparsa in Ucraina, perché i russi colpiscono deliberatamente le zone abitate dai civili). I civili sono bombardati nelle loro case, i militari ucraini si muovono nel vuoto e nella notte, illuminati solo dalle loro torce.

Ivor Prickett, No home from war tales of survival and Loss at Collezione Maramotti. Foto ©Masiar Pasquali

Se formalmente i tagli, le composizione degli scatti e la luce non alterata artificialmente contribuiscono alla definizione di figure, ambienti e dettagli in cui riecheggiano forme classiche dell’iconografia religiosa e della storia dell’arte (Rembrandt, Giovanni Fattori, Jan Veermer, Raffaello, Caravaggio, Jean-Baptiste Camille Corot e Piero della Francesca sono citati da Arianna Di Genova nel testo in catalogo ad accompagnamento della mostra), concettualmente Prickett esplora i disastri della guerra, senza eccedere sul dolore degli altri. «I would like to think that my work acts as a reminder of the human consequences of war. I hope to make people aware that civilians, whether they are on the right or a wrong side of a conflict, are the ones who bear the brunt of the violence» (Mi piace pensare di riuscire a porre in luce le conseguenze umane dello scontro, ricordando che le ripercussioni si protraggono a distanza di anni e decenni dalla fine del conflitto. Spero di aiutare il pubblico a rendersi conto che sono i civili, non importa se dalla parte giusta o sbagliata, a sopportare il grosso della violenza).

Prickett ha iniziato documentando le conseguenze della guerra, poi ha seguito il movimento delle persone costrette a fuggire, ora immortala l’atto della guerra in sé e i suoi effetti immediati. “No Home from War: Tales of Survival and Loss” mostra – drammaticamente e consapevolmente – frammenti di mondi che ai nostri occhi si elevano a metafore universali, sollecitando una presa di posizione.

Ivor Prickett, No home from war tales of survival and Loss at Collezione Maramotti. Foto ©Masiar Pasquali
Ivor Prickett, Rifugiati siriani che vivono a Fayda, insediamento di tende nella valle della Beqaa in Libano, stanno fuori dalle baracche dove vivono, di fianco a un canale di acqua inquinata. “Seeking Shelter. Part I – East”, 2014, Beqaa, Libano. Courtesy and © Ivor Prickett

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